Battaglia Comunista

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21/06/2026

La “distopia” del capitale: anche la democrazia borghese diventa un intralcio, sotto la sferza della crisi
Il ritorno di Trump alla presidenza degli Stati Uniti d'America ha rilanciato in ambito “liberal” le domande inquiete sullo stato di salute della democrazia: per “loro”, senza aggettivi, per noi borghese. Il gesto di commiato dalla sua prima amministrazione, cioè l'istigazione di orde reazionarie all'assalto di Capitol Hill, nel gennaio 2021, con il seguito di devastazione e morti ammazzati, aveva fatto chiaramente capire, se mai ce ne fosse stato bisogno, che il capo del movimento MAGA aveva un'interpretazione “elastica” del rispetto formale dovuto alle istituzioni borghesi. Con la sua rielezione alla massima carica dello stato, il palazzinaro miliardario non solo non ha fatto niente per stornare da sé le accuse sul suo “illiberalismo”, ma ha dato corpo ai timori del mondo democratico-riformista che vede nella sua amministrazione un deciso e brutale passo in avanti verso lo smantellamento della Costituzione o quanto meno del suo spirito; detto in altri termini, l'instaurazione di una specie di fascismo in versione XXI secolo. D'altronde, l'esecutivo è infarcito di miliardari1 come, se non ci sbagliamo, nessun'altra precedente amministrazione, appartenenti ai settori tradizionali del grande capitale e a quelli emersi negli ultimi decenni delle tecnologie digitali, i cosiddetti Big Tech. Gli uni e gli altri sono accomunati, oltre che dall'appartenenza di classe – evidente di per sé – da una visione particolarmente reazionaria, persino oscurantista del mondo. E' la riproposizione, adattata ai tempi, di quelle ideologie che tra XIX e XX secolo accompagnano ed esprimono la trasformazione del capitalismo da liberoscambista a monopolista e imperialista, che costituiscono le basi “teoriche” su cui si svilupperà il fascismo in ogni sua variante.

Dunque, il mondo MAGA – come tutto il movimento sovranista in genere – recupera dalle più maleodoranti cantine ideologiche della borghesia il darwinismo sociale, cioè la teoria secondo la quale nella società si affermano “giustamente” solo i più dotati (in sostanza, i borghesi), i miti tecnologici del Futurismo italiano - che esaltava la tecnologia e la guerra imperialista - preconizzando la fusione uomo-macchina, mentre disprezzava la donna e il socialismo. Riprende l'odio, espresso con aristocratico distacco, contro le masse proletarie, considerate, letteralmente, brutte sporche e cattive, pronte a impadronirsi del potere sfruttando sfruttando i meccanismi democratico-borghesi, a scapito degli spiriti eletti, delle menti superiori, appannaggio esclusivo della classe dominante, anzi, di suoi ambiti ristretti: le élites, appunto2. Un “sottomondo dell'intelligenza” dove l'idolatria, apparentemente scientifica, della macchina si mescola con l'oscurantismo antirazionalistico, che si spinge – coerentemente – a rinnegare le origini filosofico-politiche della propria classe – l'illuminismo – impugnando le più torbide concezioni mistico-esoteriche profetizzanti al lotta tra il “Bene” e il “Male”, Quest'ultimo sarebbe incarnato da tutto ciò che si oppone a quei deliri, in primo luogo, va da sé, dal comunismo, qualunque cosa voglia dire per gli esaltati teorici di tali allucinate visioni. E' il brodo di coltura irrazionalistico che ha espresso il fanatismo no-vax, non a caso capitalizzato elettoralmente dalla destra detta sovranista, ma che non ha risparmiato settori significativi di una “sinistra antagonista” che non distingue più la ricerca scientifica dall'uso che il capitale ne fa ai fini del profitto, unica ragione d'essere del capitale. Dai “Protocolli dei savi anziani di Sion”, ai tenebrosi riti paganeggianti della SS, fino alla lotta contro l'Armageddon orchestrato da un fantomatico governo occulto del mondo - teorizzata dal miliardario big tech Peter Thiel - l'irrazionalismo oscurantista è la ricorrente espressione ideologica rigurgitata dai tombini scoppiati delle fogne del capitale, intasate dalla crisi del ciclo di accumulazione.

Non ci interessa, però, fare una disamina “colta” di tali miasmi ideologici, lasciamo volentieri questa attività ai rivoluzionari (?) da davanzale. Ci interessa mettere in relazione tutto questo con la lotta di classe. Occorre dunque partire dal fatto che quei miasmi sono una bussola politica che orienta sempre di più la borghesia nel suo attacco frontale al proletariato, con una potenza di fuoco in aumento progressivo, a misura della consapevolezza crescente che dalla crisi storica non si esce se non sbarazzandosi di ogni freno – sociale, economico, politico – all'estorsione di plusvalore, alla sottomissione rafforzata della forza lavoro al capitale. Le famose briciole che cadono dal banchetto della borghesia a beneficio della classe lavoratrice diventano sempre più scarse, cioè, fuori di metafora, la crisi ha fortemente ridotto gli spazi di manovra. Mancano le risorse da distribuire, anzi, quella parte di salario indiretto e differito, detto “stato sociale”, prodotto della fase ascendente dell'accumulazione, deve essere confiscata, predata dalla borghesia per sostenere non tanto gli investimenti nella “economia reale”, quanto l'abnorme speculazione finanziaria che scrive e dirige lo spartito dell'economia mondiale. I saggi di profitto espressi dalla “economia reale” sono insoddisfacenti, rispetto al livello della composizione organica del capitale (c/_v_)3 e siccome per la borghesia è molto più problematico agire sui costi di c, diventa prioritario puntare sulla riduzione del cosiddetto costo del lavoro, rafforzando l'ecosistema capitalistico, cioè il quadro complessivo in cui, lo ripetiamo, si estorce plusvalore (lo sfruttamento) e si governa la società da esso alimentata. L'appannamento della democrazia borghese, il dilagare dell'autoritarismo, di espressioni politiche che, sotto certi aspetti, ricordano il fascismo, affondano le radici nell'humus di una crisi che da decenni si incancrenisce e che sta portando il mondo intero verso la catastrofe climatica e la prospettiva di una guerra generalizzata.

Chi ha aperto la strada a questa china non sono stati i “troll” alla Trump, alla Milei e losca compagnia, ma i “salotti buoni” della borghesia che dagli ultimi decenni del secolo scorso, con le prime avvisaglie della fine del ciclo economico post-bellico, hanno cominciato ad attaccare la classe operaia (intesa in senso lato, salariata), una classe narcotizzata dal controllo ideologico-politico della sinistra borghese e dal sindacato, la cui preoccupazione era (ed è) quella di contenere la lotta proletaria dentro il recinto delle compatibilità capitalistiche (il famigerato bene del Paese), fino a spegnerla. Anzi, offrendo la propria collaborazione alle misure antioperaie prese dagli esecutivi di quegli anni: un esempio, tra i tanti, i governi di unità nazionale in Italia alla fine degli anni 1970. E se non partecipavano o non sostenevano direttamente i governi, l'opposizione ai primi provvedimenti contro la nostra classe era, per usare un eufemismo, molto blanda e per ciò stesso inefficace. Reagan, la Thatcher, che suscitò la generosissima lotta dei minatori, destinata alla sconfitta sterile, perché egemonizzata dalla sinistra politico-sindacale, sono lì a dimostrarlo.

L'offensiva a tutto campo contro la classe operaia “occidentale” comprendeva lo smantellamento delle grandi concentrazioni operaie, cittadelle dell'insubordinazione operaia al dispotismo padronale4, e la loro rinascita nei territori delle delocalizzazioni, dall'America Latina all'Asia, dall'Africa – del nord e del sud – alle regioni dell'ex impero sovietico, là dove il salario era – ed è - più basso, spesso molto più basso. Dove, non da ultimo, “l'autoritarismo antidemocratico” del padrone, garantito dai suoi governi, non conosce praticamente limiti. Come avevamo annotato qualche anno fa5, qui la classe operaia, intesa in senso stretto, è cresciuta notevolmente, compensando di gran lunga il relativo calo nella “metropoli” capitalista. Il capitale si è spostato massicciamente là dove la democrazia borghese è considerata non solo e non tanto un orpello inutile, quanto un ostacolo a un'estorsione del plusvalore in misura tale che possa contrastare efficacemente la caduta del saggio di profitto, assicurare quindi una massa di plusvalore atta a remunerare adeguatamente i capitali investiti.

Per ottenere questo non basta pagare salari di pura sopravvivenza, imporre orari infiniti, ritmi sfiancanti, in condizioni di sicurezza e salubrità di fatto inesistenti. Bisogna garantire questi “ergastoli dell'industria”, cioè contare su un apparato statale pronto a reprimere, possibilmente sul nascere, ogni esplosione di lotta proletaria, ogni contestazione allo strapotere padronale: insomma, “tenere al suo posto” la forza lavoro. Per altro, in non pochi di quei paesi il proletariato migrante costituisce anche la metà, se non di più, della popolazione, ma questa classe lavoratrice, schiacciata dal tallone di ferro di una condizione quasi schiavistica, non ha, ovviamente, il diritto di voto (per quello che può contare), oltre al “diritto” di scioperare e lottare per rendere meno pesanti le condizioni di sfruttamento6.

Benché lo spostamento di interi settori produttivi in altre regioni del globo, non ultima la Cina, abbia dato un'enorme boccata d'ossigeno ai polmoni malandati del capitalismo, la massa di plusvalore estorta non è in grado di dare vita a un nuovo ciclo ascendente di accumulazione su scala mondiale: troppi capitali eccedenti (la sovraccumulazione) in cerca di adeguata remunerazione. Ecco allora che alcune frange della borghesia internazionale cominciano a prendere in considerazione teorie economico-politiche che, con il boom post-bellico, erano state, per così dire, messe in naftalina, ritenute quasi sopravvivenze ideologiche di epoche definitivamente passate. Personaggi come Barry Goldwater – candidato alla presidenza USA alla metà degli anni 1960 – o Milton Friedman – economista che predicava, di fatto, il ritorno al capitalismo “liberista” della prima rivoluzione industriale - da figure di nicchia sono diventati i “padri nobili” delle nuove tendenze che via via si sono affermate in segmenti importanti, per non dire dominanti, della borghesia mondiale. Per dirla in altro modo, Friedman e la sua scuola hanno dato copertura teorica a quanto in diverse parti del mondo capitali internazionali e “locali” stavano già facendo e sempre di più avrebbero fatto, sulla spinta della crisi strutturale. Il ritorno, diciamo così, di quello che trent'anni fa avevamo chiamato “manchesterismo”, di un'impossibile bagno di giovinezza di un capitalismo che ha sulle spalle oltre due secoli di vita ed è entrato, per le sue insopprimibili contraddizioni, in primo luogo la caduta del saggio di profitto, nella fase di decadenza. Non è un caso se Friedman divenne il “maître à penser” dei generali cileni che nel 1973, su istigazione degli USA, stroncarono con ferocia il governo riformista di Allende: l'esaurirsi del ciclo ascendente del dopoguerra apriva la strada all'agonia del riformismo e la nuova fase venne inaugurata dalla sanguinosa repressione in Cile. D'altronde, Friedman era stato chiaro: «Mentre la libertà economica è una condizione necessaria per godere delle libertà civili e politiche, la libertà politica, per quanto possa essere auspicabile, non è una condizione necessaria per l'instaurazione della libertà economica e civile»7.

Anni dopo, la grande banca d'affari JP Morgan, precisava ulteriormente il concetto, quando “strigliò” i governi dell'Europa meridionale, colpevoli, a suo giudizio, di avere reagito con scarsa efficacia alle turbolenze economiche del tempo, a causa delle costituzioni socialiste nate dopo la sconfitta militare del nazi-fascismo: «Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste [e questo significa] esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti […] tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori […] licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche alla status quo»8. E' evidente che col termine “socialista” JP Morgan intende il riformismo, reso possibile dalla “prosperità” capitalista del dopoguerra, e sebbene, come si diceva più indietro, già dalla metà degli anni 1970 i governi di ogni colore inaugurassero la stagione dell'austerità per la classe operaia – stagione mai finita – le “riforme” ossia la guerra sociale al proletariato, per la banca d'affari procedevano troppo lentamente, impigliate nei rovi delle costituzioni “socialiste”. L'analisi potrebbe essere derubricata a barzelletta scadente, se non fosse che si sta parlando della rabbia, delle lacrime e persino del sangue del proletariato europeo.

Nel 2013, epoca del rapporto JP Morgan, la borghesia mondiale, e quindi anche quella del vecchio continente, si era però già portata avanti col lavoro per far convergere, almeno tendenzialmente, l'habitat politico delle cosiddette democrazie liberali con i “nuovi” paradisi del capitale, quei paesi in cui, appunto, la democrazia borghese non esiste o esiste nella forma di pallido simulacro. Il processo in corso procede ininterrottamente da anni, perché l'unica forza in grado di contrastarlo, la classe operaia, è stata ridotta al silenzio, disorientata e confusa dal “tradimento” della “sinistra”. Una sinistra che da un secolo e oltre ha tradito e ora ha completamente fatto proprio l'interesse del nemico di classe e che per questo è stata abbandonata dal proletariato, che è però finito troppo spesso nel fatalismo impotente o nelle grinfie dei settori più reazionari della borghesia.

Che quella convergenza sia in atto, lo testimoniano analisi prodotte da istituti di ricerca democratico-borghesi e dal sindacato, “istituzioni” che, lo ripetiamo, in modo diverso hanno dato il loro contributo – e continuano a darlo – a quella tendenza mondiale.

Anche il rapporto 2025 redatto dalla Confederazione Sindacale Internazionale (CSI) sull'Indice dei Diritti Globali (Global Rights Index), registra un peggioramento di tutti gli indici presi in esame (“diritto” di sciopero, di contrattazione, di riunione ecc.), con una progressione ininterrotta dal 2014, anno in cui cominciano le rilevazioni.

Per citare qualche dato, solamente 7 paesi su 151 hanno avuto il punteggio pieno, cioè1 (la scala, decrescente, va da 1 a 5). Il «diritto di sciopero è stato violato nell'87% dei paesi – dato immutato rispetto al livello il più elevato di 131 paesi nel 2024 […] I lavoratori non hanno avuto che un accesso limitato o nessun accesso alla giustizia nel 72% dei paesi, un dato in forte aumento rispetto al 65% del 2024 […] Violazioni alla libertà di espressione e alla libertà di riunione sono state segnalate nel 45% dei paesi – un record per l'Indice, in crescita in rapporto al 43% del 2024. Il diritto di contrattazione collettiva è stato ristretto nell'80% dei paesi (121) contro il 79% nel 2024»9.

Le valutazioni peggiori si confermano per gli stati del Nord Africa e del Medio Oriente, anche se c'è stato un lieve miglioramento dovuto ai progressi in Oman – dal 4,74 al 4,64 – regioni, detto per inciso, che tanti sinistri nostrani ritengono baluardi della lotta anti-imperialista e, quindi, da sostenere, nonostante facciano strame della propria classe operaia.

Ma la sorpresa, si fa per dire, è che in due continenti il clima per i lavoratori si è appesantito, cioè l'Indice ha registrato un peggioramento: le Americhe e l'Europa. Nelle prime, l'indice è passato da 3,56 a 3,68, la seconda «resta, in media, la regione meno repressiva per i lavoratori [ma] un deterioramento costante è stato osservato nel corso dei quattro ultimi anni. Il voto medio si attesta a 2,78, il peggiore dall'inizio dell'Indice, contro 2,73 nel 2024». Sorpresa nella sorpresa (sempre per modo di dire), il deterioramento più forte riguarda l'Italia, il cui voto è passato da 1 a 2 «a causa delle misure draconiane prese [dal governo] per indebolire i diritti del lavoro e il diritto di manifestare». Non sappiamo se questa valutazione tenga già conto dei “Decreti sicurezza” (probabilmente sì), di certo, il ministro dei ritardi nei trasporti, da gran lavoratore qual è sempre stato, ha dato un contributo personale all'appesantimento delle catene della classe lavoratrice.

Non sono solamente i sindacati a denunciare il progressivo restringimento dei “diritti del lavoro”, anche altri studi di stampo democratico-borghese registrano la stretta repressiva messa in atto dai governi a livello mondiale. Secondo Freedom House, un'organizzazione di matrice liberal, «il 2024 è stato il diciannovesimo anno consecutivo di declino globale [delle libertà politiche] con oltre 60 paesi che hanno registrato una contrazione dei diritti politici e delle libertà civili. Quasi tre quarti della popolazione mondiale vive oggi sotto un regime autocratico e meno del 3% vive in Paesi con uno spazio civile aperto. E la spinta discendente continua: 42 Paesi stanno subendo un processo di autocratizzazione.

Tra il 2018 e il 2024 il numero di persone che vivono in Paesi con uno spazio civico chiuso o represso è aumentato del 67%»10.

Anche il giornale confindustriale, citando un istituto svedese, riporta dati simili, che illustrano il balzo all'indietro compiuto in un solo anno dagli USA – dal 20° al 51° posto, su 179 paesi – ritornati al 1965 «quando le leggi dei diritti civili introdussero di fatto il suffragio universale»11. Gli USA sono declassati da “democrazia liberale” a “democrazia elettorale” per la pratica dilagante degli ordini esecutivi presidenziali e la tendenza alla scomparsa della separazione tra i poteri – esecutivo, legislativo, giudiziario – elemento tipico delle aperte dittature politiche. Ma se la democrazia americana “piange”, non è che in Europa si “rida”: sempre di più i governi procedono per voti di fiducia, riducendo il mitizzato Parlamento a un ruolo di figurante, di ratificatore delle misure prese dall'esecutivo. Sempre di più, se mai ce ne fosse bisogno, le istituzioni parlamentari mostrano di essere quelle che sono, un guscio vuoto, mere esecutrici di decisioni prese al di fuori delle assemblee istituzionali, da chi, in breve, detiene veramente il potere e, anzi, tende a esercitarlo in prima persona, senza affidarne l'amministrazione a un personale politico piccolo-medio borghese. Sembra di tornare al XIX secolo, quando nei governi sedevano i grandi borghesi – vedi la Destra storica in Italia (1861-76) - eletti da una frazione ristretta di borghesia. Oggi, i grandi borghesi – spesso chiamati oligarchi – sono cooptati nei governi (Musk, per tutti) o vengono eletti anche da una parte di proletariato che, avendo perso ogni riferimento di classe, è ridotto a plebe: si potrebbe dire, scimmiottando un linguaggio di moda, masse vandeane e sanfediste 2.0 che sostengono i settori più reazionari della classe che le sfrutta e le opprime12. Quelle masse – proletarie, ma anche piccolo-borghesi declassate o proletarizzate – vorrebbero, nella sostanza, il ritorno al capitalismo di sessant'anni fa, al mondo del boom economico, quando, peraltro, una parte consistente di esse era costituita da emigranti ai quattro angoli dell'Europa e del mondo, spremuti, angariati e disprezzati proprio come gli immigrati del nostro tempo.

Ma per riprendere il discorso fatto più indietro, il processo di svuotamento della democrazia borghese non è imputabile solo agli “orchi” sovranisti: questi imprimono un'accelerazione brutale alle politiche messe in atto dal personale politico borghese che li ha preceduti. Se personaggi come Trump, Milei o Salvini sono andati al potere – per non dire di quelli che forse ci andranno – è perché la crisi ha progressivamente ristretto gli spazi di manovra, ha bruciato molte delle forze politiche tradizionali, che hanno perso consenso elettorale a causa delle politiche di austerità messe in atto nel tentativo di arginare una crisi storica del capitale che si avvita decennio dopo decennio.

Anni fa, una delle menti più lucide e acute del pensiero riformista, il sociologo Luciano Gallino, aveva definito un “colpo di stato” le misure prese dalle massime istituzioni della UE, in accordo col FMI, come risposta alle gravi turbolenze economiche prodotte dalla crisi dei mutui subprime, scoppiata negli USA tra il 2007 e il 2008. L'austerità significa, com'è noto, tagli alla sanità, alla scuola alle pensioni - la predazione del salario indiretto e differito, per l'appunto – taglio degli stipendi pubblici e norme che spingono e agevolano l'estensione della sottoccupazione (precarietà) e del sottosalario. Il picco, per così dire, del “colpo di stato” fu l'imposizione dei memorandum alla Grecia13, cui seguì il vile voltafaccia del governo “di sinistra”, che li accettò, nonostante il parere contrario espresso dal referendum indetto dal governo medesimo (2015). I memorandum significarono davvero una stagione di lacrime e sangue per il proletariato greco (e strati di piccola borghesia), anticipando di un decennio, per così dire, le misure antiproletarie di Milei in Argentina: “stile” politico diverso, stesso contenuto di classe.

Ma perché “colpo di stato”? Perché, sosteneva Gallino, le decisioni che imponevano l'austerità, mentre salvavano le banche, venivano prese dalla famigerata troika – Commissione europea, BCE e FMI – e ai parlamenti veniva chiesto di ratificare le misure, senza veri dibattiti. A dire il vero, lo stesso Gallino precisava che le assemblee nazionali non contrastarono più di tanto i provvedimenti, giusto i “sovranisti” se erano all'opposizione, e le sinistre, ma per ragioni elettoralistiche, aggiungiamo: Syriza in Grecia e i sovranisti al governo fecero e fanno le stesse cose, se non peggiori. Giustamente, sottolineava il sociologo, i governi eseguivano «il compito che è stato affidato loro dalla classe dominante, di cui sono una frazione rappresentativa»14. Ecco, appunto, una delle differenze tra noi e il riformismo è che quest'ultimo crede – si illude – che con la democrazia borghese si possano costituire governi rappresentanti degli interessi di tutte le classi, tenendo al guinzaglio quelle superiori, noi invece pensiamo che in questo regime qualunque governo rappresenti gli interessi di una sola classe, quella dominante. Ma anche le menti più lucide del riformismo non arrivano a capirlo: sono i famosi occhiali deformanti dell'ideologia borghese...

Una società divisa in classi contrapposte e inconciliabili non può che essere antidemocratica (se vogliamo usare questa espressione), fondata sul potere di un'esigua minoranza che sfrutta e opprime la stragrande maggioranza. Gallino, nel 2013, calcolava che la classe dominante globale, intesa in senso stretto – gli strati più alti della borghesia – contava 29 milioni di adulti, cioè lo 0,6% della popolazione mondiale, detentore del 39% della ricchezza complessiva15. Le cose, da allora, non sono cambiate, se non in peggio: «la metà più povera dell'umanità detiene solo lo 0.52% della ricchezza mondiale, mentre l'1% più ricco possiede il 43,8%»16. Volendo andare nei particolari, oggi «lo 0,001% più ricco – meno di 60.000 multimilionari – controlla da solo una ricchezza tre volte superiore a quella detenuta da metà dell'umanità. La loro quota di ricchezza è cresciuta costantemente da quasi il 4% nel 1995 a oltre il 6%»17.

Prima si è parlato della convergenza tendenziale dell'Occidente con le condizioni generali dei paesi in cui è “rinata” la Gran Bretagna dei primi decenni del XIX secolo e non è un caso che proprio nell'area che rappresenta l'high tech per antonomasia, la Silicon Valley, questo processo sia particolarmente marcato. Dietro le vetrine scintillanti delle start app, dell'intelligenza (cosiddetta) artificiale, delle “magnifiche sorti e progressive” dell'umanità c'è uno sfruttamento che ha poco da invidiare a quello dei tempi di Dickens. Secondo un'inchiesta giornalistica, «Diverse aziende americane stanno adottando l'orario di lavoro “996” [il quale] prevede un turno che va dalle 9 alle 21, sei giorni alla settimana»18. Secondo i venture capitalist locali, una giornata di lavoro così estenuante, sarebbe indispensabile per ba***re il nemico numero uno, la Cina, dove questo orario di lavoro, o anche peggio, è la regola.

Al solito, quella feccia “visionaria” - il padronato high tech – ritiene che i giovani dovrebbero accettare con entusiasmo il proprio dispotismo particolarmente oppressivo, per l'esperienza che accumulano (dice), tant'è vero che spesso non paga gli straordinari (tutta esperienza...) ed esige la sottomissione totale della forza lavoro. Non c'è da stupirsi se il più noto rappresentante del mondo Big Tech, Musk, appena nominato a capo del DOGE (dipartimento per l'efficienza governativa) abbia licenziato decine di migliaia di impiegati e funzionari pubblici, applicando gli stessi sistemi usati quando comprò Twitter. Allora, fu «un susseguirsi di licenziamenti in tronco, esoneri comunicati via email, responsabili di reparto convocati a sorpresa ed invitati a giustificare l'utilità del loro impiego in 60 secondi, liquidazioni trattenute. Una “ristrutturazione” economica resa teatro di crudeltà, a base di umiliazioni rituali e punitive»19. Questo modo di agire, cioè considerare e trattare la forza lavoro né più né meno come carta igienica, non è, appunto, un'esclusiva dello “strambo” Musk, è tipico, per non dire una necessità stringente, dei feroci padroni del Big Tech (e non solo, a dire il vero). Oracle «sta scommettendo forte sull'Ai [ha avviato] un ingente spostamento di capitali verso la costruzione di data center e lo sviluppo di soluzioni IA per le imprese. A inizio aprile circa 30.000 dipendenti […] sono stati lasciati a casa senza preavviso, informati con una scarna e-mail inviata alle sei del mattino»20.

Il discorso vale, a maggior ragione, per i presupposti sui quali viene elaborata l'intelligenza – sempre cosiddetta – artificiale. E' noto che per “addestrare” i famigerati algoritmi, le imprese si servono di milioni – alcuni parlano di 420 milioni – di persone sparse per tutto il pianeta, pagate a cottimo, pochi centesimi di dollaro a singola operazione, che mettono assieme una paga di pura sopravvivenza, quando va “bene”. C'è chi li chiama «ghost workers, i fantasmi invisibili, gli schiavi del XXI secolo che lavorano per i faraoni delle grandi multinazionali tech, costruiscono letteralmente le piramidi dell'intelligenza artificiale […] In confronto, i milioni di operai che assemblano smartphone nei capannoni cinesi sembrano lavoratori super-tutelati»21. Le imprese del settore stanno investendo capitali enormi, «secondo le ultime stime, nel 2026 costerà alle big tech americane più di 700 miliardi», ma finora il «ritorno economico è ancora da dimostrare»22. Non per niente, da più parti si parla di bolla finanziaria che alimenta una crescita economica per lo più fittizia, com'è nella natura del capitale fittizio, il cui aumento abnorme è pompato dalla crisi del ciclo di accumulazione. Tesla «ha una capitalizzazione di mercato pari a 372 volte gli utili dell'azienda [4,46 miliardi di dollari, se abbiamo calcolato bene]», la valutazione di Space X è di 2 mila miliardi di dollari, pari a «250 volte gli utili [8 miliardi: come prima]»23.

In sintesi, «la bolla dell'Ia ha contribuito per circa il 40% alla crescita del Pil degli Stati Uniti nel 2025 e fino all'80% all'aumento dei titoli azionari del paese...»24.

Le difficoltà di valorizzare enormi capitali, dalla composizione organica sempre più grande, è il problema che attanaglia il capitalismo mondiale e, forse in particolare, quello delle Big Tech, che non sopportano nessuna regolamentazione e si scagliano, tramite il palazzinaro della Casa Bianca, contro la UE che vorrebbe porre – e in parte pone – blande regole allo strapotere delle piattaforme, per non cedere sovranità all'imperialismo alleato di nome, peggior nemico di fatto, non per altro. Il caso clamoroso dei giudici europei della Corte Penale Internazionale, privati di carta di credito, delle email e di altri servizi importanti - tutta “roba” gestita da imprese statunitensi – perché hanno dichiarato Netanyahu criminale di guerra, dimostra che il controllo della gestione di servizi fondamentali è un coltello alla gola del capitalismo con carta d'identità europea.

E' con la mercificazione, e successiva commercializzazione, dei dati razziati nella rete che il Big Tech realizza guadagni stratosferici: «Basti pensare che ogni giorno le persone di tutto il mondo trascorrono 11,8 miliardi di ore consumando contenuti sulle piattaforme di social media fondate da miliardari»25.

Razzia, predazione, speculazione: siamo però ancora nel campo della redistribuzione della ricchezza circolante nella società - redistribuzione a vantaggio esclusivo dei monopoli tech, va da sé. Non è creazione di ricchezza aggiuntiva, di nuovo plusvalore primario, ma un drenaggio col turbo di quella già esistente. Anche le rutilanti Big Tech soffrono dunque – è ovvio – del problema fondamentale che affligge il capitalismo mondiale, cioè l'insufficienza di plusvalore, perché, come diciamo spesso, il livello di sfruttamento, paradossalmente, benché in salita da decenni, non è abbastanza elevato rispetto alla composizione organica odierna. Ecco allora che evadono/eludono le tasse26, incaricano i loro governi di abbassare verticalmente le poche che pagano, mentre fanno tagliare i sussidi alimentari per i bambini poveri, l'assistenza sanitaria, i servizi sociali in genere per gli strati più miseri del proletariato (il Big Beautiful Bill...).

A questa feroce redistribuzione dal basso verso l'alto, si accompagna, si deve accompagnare, lo schiacciamento della classe operaia, a cominciare dall'attacco al salario diretto, negli USA e nel resto del mondo. Più volte abbiamo parlato, citando fonti ovviamente borghesi, della diminuzione della quota salari sul Pil in atto da qualche decennio, che il covid e le crisi geopolitiche, cioè lo scontro inter-imperialistico, hanno accelerato. Un documento redatto da Oxfam e dalla CSI, prendendo in considerazione 1500 grandi imprese di 33 paesi, conferma il quadro una volta di più: «I salari reali dei lavoratori sono calati del 12% dal 2019. Questo significa che in realtà hanno lavorato gratis 108 giorni tra il 2019 e il 2025 (31 giorni solo l'anno scorso) […] nello stesso tempo la remunerazione dei PDG [amministratori delegati] ha avuto un aumento del 54% in termini reali»27. L'attacco al salario in ogni sua forma, alle condizioni di lavoro della classe operaia è la via obbligata che la borghesia mondiale ha intrapreso per cercare di impedire il crollo (economico) del capitalismo.

Quando Peter Thiel si atteggia a “teologo del capitalismo”28, ribadendo, come diceva Friedman, che la la democrazia è ormai incompatibile con la libertà, nella sostanza ribadisce che il capitalismo, per sopravvivere, deve sempre di più sbarazzarsi degli orpelli democratico-borghesi che hanno caratterizzato il ciclo ascendente del capitale nel dopoguerra. Così com'era stato, aggiungiamo, tra le due guerre mondiali, quando ai capitalismi “nazionali” più in difficoltà, a causa della lotta di classe particolarmente acuta e della crisi, la tradizionale democrazia borghese era diventata un impaccio intollerabile. Questo non significa che stiamo per assistere obbligatoriamente al ritorno dispiegato del fascismo come quello del secolo scorso, ma che le possibilità di amministrazione della crisi si stanno riducendo al lumicino e che sempre di più la borghesia prende in considerazione forme più autoritarie di gestione dello Stato ossia del conflitto di classe. Infatti, a dispetto delle idiozie, buone solo per i dibattiti tra intellettuali borghesi, il cosiddetto anarco-capitalismo, cioè un capitalismo che faccia a meno dello stato, è solo flatulenza. Senza lo stato l'economia crollerebbe29, senza la ricerca finanziata massicciamente dallo stato, per dirne una, non ci sarebbero internet e tante altre innovazioni tecnologico-scientifiche, da cui il capitale privato trae enormi benefici. Senza lo stato, in poche parole, la classe dominante non può dominare e tenere sottomesso il proletariato. Il “meno stato” degli anarco-capitalisti – come sono spesso chiamati i “baroni” capitalisti tech - significa uno stato ancora più aderente agli interessi del capitale – com'è nella sua natura – e il pugno di ferro, senza il gu**to di velluto della democrazia borghese, contro la classe proletaria. Le squadracce dell'ICE, articolazione dello stato, non formazioni armate “extra-legali” come le camicie nere e brune (certamente sostenute e protette dallo stato), sono lì a dimostrarlo.

Cent'anni fa, Fritz Lang girava il film “Metropolis” (uscito poi nel 1927), dove un pugno di capitalisti regnava spietatamente su una classe operaia ridotta a gregge rassegnato, costretto a vivere nel sottosuolo, e dove uno “scienziato pazzo” aveva creato un robot captando, con le onde elettromagnetiche, la figura di Maria, maestra ribelle all'ordine dispotico della città. Sembra quasi l'anticipazione dei sogni (o incubi) di un Musk che con Neuralink - «_produttrice di chip impiantabili nel cervello per consentire la comunicazione diretta con i computer_30» vorrebbe fondere la macchina con l'essere umano, che ovviamente verrebbe così controllato da chi controlla la macchina.

Chi conosce il film, sa che termina con la dissoluzione della distopia: padroni e operai si riconciliano e comincia una nuova vita. Ma per noi è proprio questa la “distopia” in cui siamo immersi: una classe lavoratrice che “accetta” l'ordine sociale in cui saremmo tutti sulla stessa barca, una classe che non lotta o lotta troppo poco contro il suo nemico – il capitale – e per questo non riesce ad esprimere lo strumento indispensabile per dissolvere l'incubo distopico, ma molto concreto, della guerra generalizzata, della catastrofe ambientale. Questo strumento è il partito rivoluzionario.

cb

1Elena Tebano, Il governo dei miliardari: come Trump ha trasformato la Casa Bianca in una super-plutocrazia, Corriere della Sera, 30 giugno 2025.

2Sono i miasmi ideologici che impregnano, per esempio, il romanzo “Le vergini delle rocce”, 1895, di Gabriele D'Annunzio. Nel 1958, Ludwig von Mises, scriverà una lettera ad Ayn Rand, fanatica ideologa del “libertarianesimo” capitalista – cioè del potere assoluto di cui dovrebbe godere il capitalista, per natura essere superiore alla “plebaglia” proletaria – con parole che ricordano il Cantelmo, spregiatore della massa, protagonista del romando di D'Annunzio. Nella lettera-omaggio l'economista austriaco scrive: «Lei [Rand] ha il coraggio di dire alle masse ciò che nessun politico dice loro: voi siete inferiori e tutto ciò che ha permesso di migliorare la vostra sorte e che voi date per acquisito viene da uomini di gran lunga migliori di voi», in Sylvie Laurent, La Contre-révolution californienne, SeuilLibelle, 2025, pag. 43.

3Cioè al rapporto tra capitali impiegati in macchinari, materie prime, energia ecc. - c - e forza lavoro – v.

4Espressione di contropotere solo per quella variante radicale della socialdemocrazia e del gramscismo che fu l'operaismo.

5_Trilussa teorico della borghesia_, in Prometeo n. 28, 2022 leftcom.org

6Per una rassegna degli “eden” del capitalismo contemporaneo, vedi Quinn Slobodian, Il capitalismo della frammentazione. Gli integralisti del mercato e il sogno di un mondo senza democrazia, Einaudi, 2023.

7In Slobodian, cit. pag. 20. La citazione è tratta dal libro di Friedman, pubblicato nel 2002, Capitalism and Freedom.

8Luca Pisapia, Ricetta Jp Morgan per l'Europa integrata: liberarsi delle costituzioni antifasciste, Il fatto quotidiano, 19 giugno 2013.

9Indice CSI des droits dans le monde 2025, www.ituc-csi.org

10Rapporto Oxfam Italia, gennaio 2026: Nel baratro della disuguaglianza come uscirne e prendersi cura della democrazia, www.oxfamitalia.org

11Riccardo Barlaam, La democrazia USA (e globale) in declino, Il Sole 24 ore+, 17 marzo 2026. Nell'articolo viene commentato il decimo rapporto annuale di V-Dem (Varieties of Democracy) Institute dell'università di Gőteborg.

12«Il proletariato tornerebbe al rango di plebe se perdesse le sue caratteristiche di classe antagonista al capitalismo; e le sue possibilità di classe sfruttata, che lotta per la sua difesa e liberazione, verrebbero frustrate e rese nulle se dal suo seno e dalla sua lotta non si sprigionassero i motivi e le forze fisiche di una direzione rivoluzionaria», in Onorato Damen, Validità e limiti d'una esperienza nella storia della “sinistra italiana”, EPI, pag. 37, 1977. Richiamiamo ancora una volta le parole di O. Damen in quanto colgono la condizione di settori consistenti del proletariato odierno e pongono la questione di sempre: lo sviluppo e il ruolo del partito rivoluzionario.

13Gallino si riferisce ai due memorandum – 2010 e 2012, cui seguì un terzo nel 2015 – che provocarono un impoverimento drastico, drammatico del proletariato greco e di settori piccolo-borghesi.

14Luciano Gallino, Il colpo di stato di banche e governi. L'attacco alla democrazia in Europa, Einaudi, 2013, pag. 16.

15Luciano Gallino, cit., pag. 12.

16Rapporto Oxfam, cit., pag. 7.

17World Inequality Report – Italiano, pag. 5, facilmente reperibile in rete.

18Kate Knibbs, Altro che settimana corta, nella Silicon Valley il nuovo mantra sono le 72 ore lavorative, Wired, 24 luglio 2025.

19Luca Celada, Il piano di Silicon Valley per impadronirsi dello stato, il manifesto, 17 dicembre 2024.

20Andrea Nepori, Ma non è (tutta) colpa dell'algoritmo, inserto di Repubblica, 22 aprile 2025, pag. 39.

21Antonio Dini, I nuovi schiavi che nutrono le macchine, inserto di Repubblica, cit., pag. 35.

22A. Nepori, cit.

23_Nella mente di Musk_, intervista di Dough Enwood a Ben Tarnoff e Quinn Slobodian, Jacobin Italia, 14 maggio 2026. E per citare un'altra fonte: «Che una società come Open AI sia valutata 800 miliardi di dollari quando ancora non ha guadagnato un centesimo e nel 2025 ha registrato perdite per 8 miliardi di dollari (a fronte di 20 di fatturato...), prevedendo di generare profitti solo nel 2030 e considerando nel frattempo di spendere altri 600 miliardi di dollari, bisogna ammettere che l'ipotesi del deliro non sia poi così delirante», in Frédéric Lordon, Vi sono piaciuti i “subprime”? La crisi anomala, Le monde diplomatique – il manifesto, maggio 2026.

24Luigi Pandolfi, Gli alieni del capitale, il manifesto, 27 febbraio 2026. Questo e altri dati sulla bolla finanziaria legati all'IA erano già stati trattati qui: leftcom.org

25Rapporto Oxfam, cit., pag. 14.

26 Vedi, per esempio, Antonio De Lellis, Non è comunismo, ma giustizia sociale, il manifesto, 16 maggio 2026: «Basti pensare al fisco a favore dei ricchi di Trump, ove 1% della popolazione, il più ricco, risparmierà circa mille miliardi in dieci anni grazie ai tagli fiscali concessi dal presidente Usa. Altreconomia ci dice che le quattro corporation Amazon, Alphabet, Meta e Tesla, hanno pagato un’aliquota fiscale media del 4,9% nel 2025, con Tesla e Palantir, in particolare, che hanno evitato il 100% delle tasse.». Vedi anche Elena Tebano, Tesla non ha pagato un dollaro al fisco americano per oltre 20 anni (e neppure Space X), Corriere della Sera, 20 aprile 2026.

27_Premier mai 2026: En 2025 la rémunération des ODG dans le monde a augmenté 20 fois plus vite que celle des_ travailleurs-euses, in www.ituc-csi.org/premier-mai-2026

28Luca Celada, Peter Thiel, il nuovo mondo degli oligarchi “oltre” la democrazia, il manifesto, 15 marzo 2026.

29Tra parentesi, le imprese del Big Tech hanno ricevuto e ricevono commesse miliardarie dallo stato, da Palantir a Space X, solo per nominare i casi più famosi o famigerati.

30_Nella mente di Musk_, cit.

Domenica, June 21, 2026
https://www.leftcom.org/it/articles/2026-06-21/la-%E2%80%9Cdistopia%E2%80%9D-del-capitale-anche-la-democrazia-borghese-diventa-un-intralcio

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