ANPI Provinciale di Milano

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Ente Morale secondo il decreto luogotenenziale n.224 del 5 Aprile 1945.

Oggi l’ANPI è ancora in prima linea nella custodia e nell’attuazione dei valori della Costituzione e nella promozione della memoria di quella grande stagione

23/06/2026

Anpi Niguarda
MANIFESTAZIONE DI PROTESTA MERCOLEDI' 24 GIUGNO ALLE ORE 21 con sostituzione delle corone d'alloro alle lapidi dei caduti per la libertà, vandalizzate

giardini di via Hermada ore 21
corteo per le vie del quartiere ore 22
a sostituire le corone di alloro

20/06/2026

Nella seconda metà del mese di giugno 1946 entra nel vivo il processo alla “saponificatrice di Correggio” (nella foto); si concluderà un mese più tardi. In quel lasso di tempo la vicenda della prima “serial killer” italiana riesce a catalizzare in modo inedito l’attenzione dell’opinione pubblica.

Indicata spesso anche dal solo cognome da nubile, “la Cianciulli”, la sua vicenda e quelle udienze di ottant’anni fa divengono oggetto di un morboso interesse, fino ad allora quasi sconosciuto per il nostro Paese; il clamore attorno al suo caso fornirà spunti interessanti pure per la politica e per la storia della società italiana, della giustizia e dell’informazione.

Prima del 1946 il regime fascista minimizzava la cronaca nera perché essa ne minava l’immagine. Ad esempio gli articoli sul “mostro di Roma”, uno sconosciuto che tra il 1924 e il 1927 rapì, seviziò e uccise cinque bambine dei quartieri popolari della capitale, non apparivano in prima pagina ma all’interno dei giornali, e con toni tranquillizzanti (“la polizia è sulle sue tracce”).

In seguito l’attenzione dell’opinione pubblica era stata perlopiù rivolta al secondo conflitto mondiale, alla convulsa fine della guerra, alle successive tensioni e poi al referendum che proprio ad inizio giugno 1946 aveva decretato l’avvento del nuovo Stato repubblicano. Ma con il processo alla saponificatrice, iniziato il 12 giugno 1946, per la prima volta i giornali sceglievano di titolare a tutta pagina su di un caso di cronaca nera.

I quotidiani e i periodici iniziarono a pubblicare i macabri resoconti delle deposizioni fornite dalla Cianciulli che raccontava in aula nel dettaglio i suoi tre omicidi, la loro preparazione, l’esecuzione, e come era stata abile a farne sparire i corpi. L’eliminazione dei cadaveri e l’utilizzo dei resti per ottenere biscotti e saponette divennero l’argomento di numerosi articoli e delle discussioni tra la gente, che forse era stanca di notizie relative al proprio recente passato.

La rimozione di vent’anni di dittatura e di guerre era dunque iniziata. I giornali che narravano le affollate sedute della Corte d’Assise di Reggio Emilia incrementarono le vendite, e da allora per la stampa cosiddetta “d’informazione”, o apolitica, non ci fu più un freno al dilagare del “sensazionalismo”.

L’enorme esposizione mediatica del caso della saponificatrice però fu sfruttata anche dalla magistratura per mostrare di essere ormai in grado di istruire, finalmente anche in Italia, un processo moderno, libero da condizionamenti politici, e garantista come mai prima. Fu anche data lettura del memoriale scritto in carcere dalla piccola signora di Correggio -tra l’arresto e il processo passarono quattro anni e mezzo- e la stessa venne analizzata da un noto criminologo.

L’immagine di un paese rinnovato e progredito, che il governo della neonata Repubblica e le donne e gli uomini chiamati a redigere la Costituzione desideravano esibire, cozzò invece con l’arretratezza culturale in cui era avvolta la vicenda Cianciulli, tra magia, superstizione e sacrifici umani. Inoltre in un momento in cui noi cercavamo di accreditarci presso gli Alleati come una nazione avanzata e civile, la stessa vicenda proiettava un’ombra di barbarie sul nostro Paese.

Un ulteriore motivo di curiosità mista ad inquietudine per la pubblica opinione rispetto alla saponificatrice fu l’incrinarsi del mito della “mamma italiana”, vero oggetto di culto del passato regime e pilastro della tradizionale famiglia fascista. La Cianciulli madre, che si giustificava asserendo di avere agito per salvare la vita dei propri figli, incarnava piuttosto una “mammana” armata di scure, pentoloni e pozioni come le streghe del nostro immaginario gotico.

E la politica? Come trattò il fenomeno del processo che catturava l’attenzione della maggior parte degli italiani?
De Gasperi, Togliatti e gli altri dirigenti dei partiti, preoccupati dalla difficile ricostruzione dell’economia nazionale e dal bisogno di pace sociale, non si espressero sul clamore suscitato dalla saponificatrice. Ma implicitamente la classe politica criticò quel morboso interesse dei cittadini, che si lasciavano distrarre da un caso di cannibalismo e magia anziché dedicare le proprie energie al progresso del Paese.

Su alcune pubblicazioni di partito comunque apparvero degli scritti che sottolineavano l’infermità, accertata dalla magistratura con metodo scientifico, della Cianciulli; servivano a rispondere in modo razionale al clima di orrore creato dall’inspiegabile serie di assassinii. In tali scritti si accusavano i giornali d’informazione di speculare sugli aspetti esoterici della vicenda, favorendo la credenza popolare in una sub cultura primordiale da superare in fretta.

E ancora, i commentatori politici di area democristiana giudicarono la serialità omicida della saponificatrice quale risultato della mancanza di fede, e della sopravvivenza di pratiche pagane nelle zone italiane meno progredite (la Cianciulli era originaria dell’Irpinia); gli articolisti di sinistra indicarono invece nel degrado causato dal fascismo, in vent'anni di oscurantismo e cultura della violenza, i fattori alla base degli omicidi.

La parabola assassina della donna di Correggio fu anche ciò che oggi definiamo un mezzo di “distrazione di massa”. La storiaccia della saponificatrice ci evitò di riflettere ancora sul nostro passato, sul regime sanguinario che fu, sulle nostre guerre d’aggressione a fianco del nazismo e sulla sostanziale assoluzione da tutto ciò, come stava avvenendo in Italia.

Meglio insomma occuparci delle orribili colpe di una singola persona -una sorta di capro espiatorio- che confrontarci ancora con quelle ben più gravi di molti italiani reduci da un compromettente passato. E comunque un processo alla strega che bolliva le proprie vittime era assai più interessante che le incognite sul futuro dell’Italia.

Frattanto, sempre ottant’anni fa, mentre ognuno diceva la sua sul castigo spettante alla saponificatrice, il governo emanava la cosiddetta “amnistia Togliatti” (22 giugno 1946) che, probabilmente sbagliando i propri calcoli, apriva la strada all’impunità dei responsabili delle efferatezze avvenute durante un quarto di secolo di fascismo .

Leonarda Cianciulli il 20 luglio 1946 veniva condannata a trent’anni di reclusione, da scontare in un carcere giudiziario; morirà in manicomio a Pozzuoli nel 1970 all’età di 76 anni.

(scritto di Roberto Neri; fonte principale B. Bracco “La saponificatrice di Correggio. Una favola nera”, edizioni “il Mulino” 2018; la foto segnaletica della Cianciulli, scattata in seguito all’arresto avvenuto alla fine del 1941, è di pubblico dominio in rete).

Photos from ANPI Provinciale di Milano's post 19/06/2026

Anpi Niguarda
il comunicato

Ci sono anche loro …. Niguarda non è solamente un quartiere popolare e antifascista…
Ci sono anche i fascisti nostrani che a notte fonda ce lo vogliono far sapere comunicandocelo a modo loro, come sono capaci… Sfregiando la memoria dei caduti per la libertà, i nostri partigiani, gli unici veri patrioti degni di questo nome.
Distrutte le corone di alloro che ogni anno deponiamo in via Hermada 8 (a Brambilla e Rigoldi) in via Ornato 7 (a Pozzoli), in via Cicerone (a Salvoni) in via De Calboli (la lapide con tutti i nomi dei caduti).
Sono state molte le segnalazioni che ci sono arrivate dagli abitanti nostri iscritti delle case interessate e infuriati per l’avvenuto.
E sono state stracciate anche tutte le nostre locandine (che rimetteremo) che invitano ad andare domenica a Fondo Toce alla cerimonia per l'eccidio....
Nelle prossime ore oltre alla denuncia alle forze dell’ordine penseremo insieme al Municipio e alla Cooperativa Abitare, a una degna risposta a questi nemici della democrazia, nipotini di quella feccia umana che poco più di ottanta anni fa organizzò le camere a gas e i campi di sterminio.
nelle foto le corone di via Hermada 8, via Ornato 7, via Cicerone, via De Calboli.

18/06/2026

Domenica 5 luglio ore 19:00
presso il monumento ai martiri di Ple Loreto
LE PIETRE DELLA LIBERTA'. NOMI VITE MEMORIA.

Monologo civile sulla memoria della Resistenza e delle deportazioni di Alessandro Milan
gratuito senza prenotazioni

16/06/2026

MERCOLEDI' 17 GIUGNO ORE 11:30 presso la sala Brigida di Palazzo Marino
CONFERENZA STAMPA
per presentare la costituzione della
NUOVA SEZIONE ANPI Comune di Milano.

Alla Costituzione della sezione interverranno:

GIUSEPPE SALA sindaco di Milano

PRIMO MINELLI presidente ANPI Provinciale milanese

CESARE GALANTINI dipendente del Comune promotore dell'iniziativa

Alla Costituzione della Sezione sono invitati la Giunta Comunale e i capi gruppo consiliari che si richiamano alla Costituzione antifascista nata dalla Resistenza, la RSU aziendale.

Primo Minelli
Presidente ANPI milanese

16/06/2026

ANPI sezione Matteotti - Del Riccio

MERCOLEDI' 24 GIUGNO ORE 18
VIALE MONZA 140 - MI
incontro sulla genitorialità con Famiglie Arcobaleno e Agedo Milano

13/06/2026

Venezia, 13 giugno 1921; centocinque anni fa la storica città dei dogi conta intorno ai 170mila abitanti, dunque (a differenza di oggi) rappresenta uno dei maggiori agglomerati italiani dell’epoca. E come negli altri grandi centri, le sue calli, i canali e i “campi”, cioè le piazze, vengono percorsi dalle squadre fasciste, che però quella notte perdono due loro maneschi affiliati.

Vediamo subito chi erano e cosa facevano questi due camerati, anche per inquadrare il clima preoccupante che si respira a Venezia nel 1921, in particolare intorno alla metà del mese di giugno. La premessa permetterà pure di capire meglio la vicenda di un grosso personaggio del quale parleremo a breve.

I caduti odierni sono Spartaco Bello, 25 anni, triestino, ex ardito del Piave, un combattente dunque, adesso esperto squadrista, e Luigi Cattelan, 19 anni, che a differenza del primo non ha partecipato alla recente Grande Guerra perché troppo giovane. Cattelan inoltre è stato in passato un acceso socialista prima, e comunista poi, ma nei giorni scorsi ha cambiato casacca, radicalmente; si è iscritto al Fascio di combattimento di Venezia ma nessuno ancora lo sa, o almeno lui lo crede.

Pare invece che un suo ex compagno, saputo del “tradimento”, questa notte ci abbia litigato e gli abbia sparato ferendolo, ma è un’ipotesi. Fatto sta che il nome del presunto feritore di Cattelan verrà estorto dalle camicie nere ad un paio di oppositori, sequestrandoli nella sede del Fascio e torturandoli, ma non è noto cosa succederà all’ipotetico sparatore. Sappiamo invece che il giovane Cattelan si spegnerà il 17 giugno 1921; tempo dopo comparirà nella lista dei “martiri” per la causa del fascismo.

Anche il guerriero defunto nelle ultime ore, Spartaco Bello, si trova da solo e probabilmente ha bevuto, quando, imboccando un ponte, incrocia un paio di ferrovieri fuori servizio. Per sua sfortuna i due riconoscono nel fascista triestino uno dei criminali che il giorno prima in calle Priuli hanno ucciso un loro collega, il sindacalista Giovanni Vallini, capotreno socialista, durante una distruttiva invasione del Circolo ferrovieri.

La coppia di ferrovieri vendica il collega picchiando Spartaco Bello con alcune sedie trovate lì vicino, fino ad ucciderlo. Alcune settimane più tardi una nuova squadraccia sarà battezzata con nome e cognome del fascista, e la comanderà una giovanissima camicia nera, Raffaele Vicentini, 18 anni, udinese, che in questi giorni è intanto alla guida della “Ardita”; lo stesso Vicentini viene accusato di avere diretto l’assassinio del predetto capotreno Vallini, però sarà prosciolto.

Nella giornata successiva, 14 giugno 1921, una prima rappresaglia per i caduti Cattelan e Bello si dispiega nel Ghetto vecchio di Venezia dove è in corso una manifestazione democratica che viene dispersa da dozzine di camicie nere. Oltre al giovane caposquadra Raffaele Vicentini predetto, durante la settimana di violenze provocate centocinque anni orsono a Venezia dal fascismo, un altro squadrista friulano si mette in luce: Gino Covre (nella foto)

Classe 1890, nato e cresciuto nell’attuale provincia di Pordenone, il ragionier Covre ha un passato di socialista ma prima della guerra, in seguito alla quale si era spacciato per tenente degli arditi e decorato, anche se molti dubitavano della sua reale partecipazione a battaglie. Fascista poi, in maggio 1921 diventava segretario del movimento in camicia nera a Udine.

Dopo le elezioni politiche del 15 maggio 1921 nelle quali la lista dei Fasci di combattimento in Friuli aveva raccolto pochi voti, gli squadristi di Covre, furiosi per il misero risultato, scatenavano criminali rappresaglie con almeno tre antifascisti uccisi. In centro a Udine il 16 maggio gli stessi bruciavano la sede e la tipografia del periodico del Partito popolare.

L’inclinazione violenta di Covre spaventava perfino i dirigenti udinesi del movimento di Mussolini, i quali decidevano di silurarlo. Ma c’è già chi lo ha notato e ne apprezza le caratteristiche di spietato prevaricatore; si tratta dell’avvocato Piero Marsich, numero uno del fascio di Venezia, che all’inizio del mese successivo lo recluta.

Covre infatti il 15 giugno 1921 guida l’assalto al carcere lagunare di San Zaccaria per fare evadere, riuscendoci, tre camicie nere assassine; un passante resta ucciso a causa degli scontri fra squadristi e agenti. Dopo il 22 giugno 1921, e dopo aver causato cinque morti in una settimana durante la serie di azioni per le quali Covre ufficialmente è ora ricercato, le squadracce forestiere da lui organizzate lasceranno in pace Venezia per organizzare in segreto qualcosa di clamoroso.

Infatti venti giorni più tardi il comandante friulano, sempre istigato da Marsich, coordinerà con altri caporioni le circa duemila camicie nere che, con un blitz a sorpresa e dalle caratteristiche militari, occuperanno Treviso, roccaforte repubblicana, dove si conteranno ingentissimi danni e dozzine di antifascisti pestati. L’occupazione, durata meno di 48 ore, troverà le scarse forze dell’ordine impreparate a reprimerla.

Nell’agosto del 1921 alcuni deputati fascisti firmeranno un “patto di pacificazione” con colleghi di vari partiti, incluso quello socialista; servirà ad evitare una possibile emarginazione politica di Mussolini e dei suoi fuorilegge dopo una serie di stragi, e di invasioni di città, come a Treviso, compiute da questi ultimi. L’estremista Covre, contrario a tale accordo come del resto la maggioranza della base fascista, sarà espulso anche dal Fascio di combattimento di Venezia.

Fonderà cosi una sua squadraccia, “I Cavalieri della morte”, diramazione dell’omonimo battaglione triestino di fascisti trovatisi in disaccordo con la dirigenza e i parlamentari del movimento. Col nome che è tutto un programma, la sua nuova formazione il 17 settembre 1921 picchierà a sangue un deputato, l’onorevole Girolamo Li Causi, che è pure il segretario socialista di Venezia.

Nei mesi seguenti la banda di Covre commetterà plurime violenze nella città e sulla terraferma; a metà novembre spiccano le distruzioni della sede veneziana degli Arditi del popolo, del Circolo israelita, e della sezione “Jean Jaurès” del partito socialista. Nel gennaio 1922 il comandante Covre comparirà in tribunale accusato per i crimini del giugno 1921 a Venezia, compresa l’evasione di tre fascisti dal carcere, ma verrà assolto e portato fuori in trionfo dai suoi miliziani.

Dei Cavalieri della morte se ne tornerà a parlare a livello nazionale l’8 giugno 1922; un membro del gruppo di Covre, un tale Cancellada, 19 anni e già padre di una bambina, perderà la vita aggredendo una guardia regia durante un battibecco da osteria. La rabbia della banda paramilitare di Covre, e la complessa liturgia di tutto il movimento fascista per onorare il defunto -compreso il truce rito del “presente!” ripetuto più volte- bloccheranno il centro di Venezia per un paio di giorni.

Benché il lutto cittadino non sarà proclamato, i fascisti imporranno ugualmente la chiusura dei negozi e il fermo di ogni attività, sia subito dopo la morte di Cancellada, sia durante le interminabili esequie iniziate dalla camera ardente presso la sede del fascio (il ca****re era stato trafugato in precedenza dall’obitorio dopo uno scontro fra camicie nere e guardie regie) e proseguite con una messa solenne e, ore dopo, con la sepoltura. Esasperato, il prefetto decreterà lo scioglimento dei “Cavalieri della morte”.

La preparazione della marcia su Roma (28-31 ottobre 1922), e il rafforzamento del nuovo regime in camicia nera che sarà necessario in seguito, avranno bisogno anche di “spostati”, criminali comuni e altri espulsi dal partito fascista, come Covre appunto, che verrà riammesso nei ranghi dello squadrismo ufficiale ma senza quella visibilità ottenuta negli anni precedenti. Infatti di lui non si avranno più notizie fino al 1944.

In quel drammatico anno Gino Covre riapparirà a capo di un reparto repressivo della Repubblica Sociale Italiana operante nelle province venete, e implicato pure in estorsioni, gravissimi reati sui civili, o pagato per dirimere questioni private. Covre, a differenza di quanto si è sempre creduto, non sarà giustiziato negli ultimi giorni di guerra dai partigiani ma si spegnerà per un tumore in ospedale a Padova alla fine dell’aprile 1945.

(scritto di Roberto Neri; fonti principali sono i quotidiani dell’epoca, e la scheda su Covre curata da C. Corazza e inserita il 1 novembre 2016 nel “Dizionario biografico dei friuliani”; foto dall’articolo “Aspettando la rivoluzione: Venezia, estate del 1922, parte terza” pubblicato da G. Reale nel blog “EreticaMente” il 20 aprile 2022, e che fornisce anche notizie per questo testo)

11/06/2026

ANPI Municipio 9
Questa sera giovedì 11 giugno alle 20:30 presso la Fondazione Abitiamo in via Graziano Imperatore 48, a Niguarda, convegno sui diritti costituzionali di manifestazione e protesta, calpestati dai decreti sicurezza del Governo Meloni.

Interventi di

Primo Minelli presidente ANPI
Roberto Cornelli docente di criminologia
Sofia Caruso magistrato tribunale dei minori di Milano
Eugenio Losco avvocato penalista
Ilaria Mazzei magistrato del Tribunale dei minori di Milano

11/06/2026

Ottanta voglia di Libertà

Un'iniziativa culturale e musicale a cura ANPI Provinciale Milano. Dedicata alla memoria, ai diritti e alla partecipazione, in occasione dell'80 anniversario del voto alle Donne e della nascita della Repubblica nata dalla Resistenza.

Estate al Castello 2026. 14 luglio ore 20:30 Castello Sforzesco Milano.
Comune di Milano. Media Partner: Radio Popolare
Ingresso gratuito. Prenotazione Obbligatoria:
https://www.eventbrite.it/e/ottanta-voglia-di-liberta-tickets-1990482111578

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Indirizzo


Via Federico Confalonieri 14
Milan
20124

Orario di apertura

Lunedì 11:00 - 17:00
Martedì 11:00 - 17:00
Mercoledì 11:00 - 17:00
Giovedì 11:00 - 17:00
Venerdì 11:00 - 17:00