𝗜𝗟 𝗣𝗖𝗜 𝗔𝗟𝗟’𝗔𝗦𝗦𝗘𝗠𝗕𝗟𝗘𝗔 𝗡𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗔𝗟𝗘 “𝗣𝗘𝗥 𝗨𝗡 𝗖𝗔𝗠𝗣𝗢 𝗣𝗢𝗟𝗜𝗧𝗜𝗖𝗢 𝗜𝗡𝗗𝗜𝗣𝗘𝗡𝗗𝗘𝗡𝗧𝗘, 𝗣𝗘𝗥 𝗟𝗔 𝗣𝗔𝗖𝗘, 𝗣𝗘𝗥 𝗜 𝗗𝗜𝗥𝗜𝗧𝗧𝗜 𝗦𝗢𝗖𝗜𝗔𝗟𝗜, 𝗣𝗘𝗥 𝗔𝗨𝗠𝗘𝗡𝗧𝗔𝗥𝗘 𝗜 𝗦𝗔𝗟𝗔𝗥𝗜, 𝗣𝗘𝗥 𝗖𝗔𝗦𝗔, 𝗦𝗔𝗡𝗜𝗧𝗔̀ 𝗘 𝗜𝗦𝗧𝗥𝗨𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘”
Si è svolta a Roma, all' Hotel Hive, l’evento: “Per un campo politico indipendente, per la pace, per i diritti sociali, per aumentare i salari, per casa, sanità e istruzione”.
Oltre 35 interventi di cinque minuti l'uno si sono susseguiti per oltre tre ore e mezzo di assemblea dove sono intervenuti, dopo l'apertura di Granato, soggetti di movimento: tra gli altri Global Sumud Flottilla, Resistenza palestinese, La voce delle Lotte, Ultima generazione, Movimento per il diritto all'abitare e altri collettivi appartenenti prevalentemente all'area di Pap, USB, Cambiare Rotta, Osa. Di rilievo l'intervento dell'Ambasciatore della Repubblicana Socialista Cubana, mentre Rifondazione Comunista non è era presente così come le altre formazioni del sindacalismo conflittuale.
Sono stati affrontati ed ampliati i temi presenti nel documento di convocazione.
Per parte nostra nei 5 minuti concessi, il Compagno Carlo Romagnoli, a nome del partito, ha richiamato i punti centrali del dispositivo approvato nel nostro Comitato Centrale del 3 giugno: https://www.ilpartitocomunistaitaliano.it/2026/06/03/il-pci-contro-il-riarmo-e-la-guerra-per-la-pace-la-costituzione-lalternativa/ di cui sono state consegnate alcune copie alla Presidenza e dalle cui parole chiave Romagnoli è “partito” per sottolineare come si sia confermata e sviluppata la linea politica stabilita al Congresso di Forlì nel 2025.
Su questa base è stato sottolineato come il PCI sia in campo per costruire un blocco politico e sociale più ampio possibile entro le coordinate sopra richiamate.
Questo impone di calibrare opportunamente strategia e politiche di opposizione a Nato, neoliberismo, warfare, crisi ecologica, etc., in modo da articolarne con metodo e razionalità sviluppi politici attraverso unioni di scopo o eventuali alleanze elettorali, tenendo conto dei numerosi problemi che caratterizzano fase e congiuntura, tra cui:
- disgiunzione tra composizione e collocazione di classe, frutto di una mobilità sociale ormai assente per la classe salariata, ancora attiva per i ceti alti -i miliardari aumentano- con una erosione ancora insufficiente della cetomedizzazione, che comporta il prevalere di posizione individualiste e rafforza la tendenza alla autorappresentazione.
- Il prevalere della accumulazione per estorsione, con conseguente annullamento del diritto internazionale e l'inaffidabilità dei suprematisti occidentali sul piano diplomatico -che parlano con lingua biforcuta mentre preparano azioni militari...
- I processi di ricolonizzazione interna, che hanno soppiantato le politiche di preferenza nazionale -prima gli Italiani-...
- Il persistere e l'approfondirsi da alcuni decenni dei programmi di de-cognitivizzazione delle classi popolari tramite scuola, università e apparati mediatici...
- la presenza di leggi elettorali escludenti, volte a garantire la governabilità neoliberista rispetto alla rappresentanza....
- l'incessante processo di frammentazione della sinistra di classe...
La nostra proposta politica si fonda su un aspetto di metodo prioritario; pari dignità nei processi programmatici per produrre effettive sinergie su lotta alla guerra capitalista e alla Nato, contrasto al warfare e azioni di sicurezza, sostegno al welfare (de-privatizzazione programmata in sanità) ed al mondo del lavoro (cantiere dei diritti).
Mix appropriato di orizzontalità e verticalizzazione nelle lotte contro sfruttamento, estrattivismo, produzioni inquinanti...
In chiusura è stato evidenziato come il PCI si batta per una moderna società socialista, oggi resa necessaria sia dalle molteplici crisi che scuotono la società capitalista che dall'enorme sviluppo delle forze produttive cognitive; il che richiede di aprire un ampio e approfondito dibattito a cui abbiamo iniziato a fornire contributi sia noi nel numero 30 di “Ragioni e Conflitti”, che Giorgio Cremaschi con il suo libro “Solo il socialismo ci può salvare”, sullo sfondo di quanto prodotto da altri autori tra cui Brancaccio.
Nelle conclusioni di Marta Collot sono state ricondotte a sintesi e valorizzazioni le numerose proposte emerse dal dibattito che dovrebbero trovare un primo sbocco di metodo per quanto riguarda le modalità di convocazione e di merito per quanto riguarda i contenuti in una manifestazione nazionale da iniziare ad organizzare a settembre.
Carlo Romagnoli
Segreteria nazionale PCI
PCI - Partito Comunista Italiano
Pagina Ufficiale del Partito Comunista Italiano.
Il Partito Comunista Italiano è l’organizzazione politica d’avanguardia
della classe operaia e di tutte le lavoratrici e lavoratori che, nella realtà del
Paese, lottano per l’indipendenza e la libertà, per l’edificazione della
democrazia, per l’eliminazione dello sfruttamento, per la libertà e la
valorizzazione della personalità umana, per la pace tra i popoli: per il
socialismo.
18/06/2026
𝗣𝗥𝗜𝗠𝗢 𝗦𝗜̀ 𝗔𝗟 𝗡𝗨𝗖𝗟𝗘𝗔𝗥𝗘
Il 5 giugno la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge delega del governo per reintrodurre l’energia nucleare in Italia. Si tratta di un passo antidemocratico, incostituzionale ed eversivo nel metodo e contrario all’interesse del popolo italiano nel merito.
Scelta in primo luogo antidemocratica in quanto il referendum del novembre 1987, un anno dopo la catastrofe di Cernobyl, aveva chiaramente esplicitato la volontà del popolo italiano di cancellare gli impianti nucleari come fonte di produzione dell’energia elettrica, per la loro estrema pericolosità, per l’impossibilità di smaltire i rifiuti radioattivi, per il loro ingentissimo costo di costruzione e di manutenzione.
Scelta incostituzionale in quanto pretenderebbe di negare la legittimità, il valore nel tempo e il significato cogente della forma di democrazia diretta sancita dalla Costituzione.
Scelta eversiva in quanto la produzione di energia nucleare fa riferimento a una concezione dello Stato autoritaria, in quanto il confine tra produzione a fini civili e a fini militari è assai labile e in quanto tale forma di produzione è contraria alla salute e al ben essere della popolazione. La spesa pubblica incrementata dagli enormi costi di costruzione, manutenzione e smantellamento a fine vita degli impianti è un attacco in particolare ai ceti popolari.
Cernobyl, in Ucraina, nel 1986 era stata solo la catastrofe peggiore, ma non l’unica: quella Fukushima in Giappone, nel 2011, portò in Italia a un secondo referendum contro il ritorno dell’energia nucleare. Altri incidenti, per citare solo i più gravi, erano avvenuti a Kyshtym in Russia nel 1957; a Windscale, in Gran Bretagna, nel 1957; a Three Miles Island in USA nel 1979; a Goiania, in Brasile nel 1987. Incidenti sempre rilevanti si erano verificati in altri luoghi del pianeta, tra cui ancora in Giappone e nel sud della Francia, nel 1969 e nel 1980, vicinissimo a noi.
Nonostante lo smantellamento iniziato nel 1999, esistono ancora in Italia quattro centrali nucleari: Trino Vercellese, Caorso (Piacenza) sulla riva del Po, Latina e Garigliano (Caserta), e quattro impianti legati al ciclo del combustibile nucleare: Eurex di Saluggia (Vercelli), Fabbricazioni Nucleari di Bosco Marengo (Alessandria), Ipu e Opec a Casaccia (Roma) per lo stoccaggio temporaneo (!) di rifiuti radioattivi solidi e liquidi e Itrec (Impianto di Trattamento e Rifabbricazione Elementi di Combustibili) di Rotondella (Matera).
Da oltre 25 anni la Sogin, società pubblica responsabile del processo di smantellamento di tali impianti, ha speso più di 5 miliardi di euro e, quando i lavori saranno terminati, si arriverà a superare gli 11 miliardi, secondo le stime di ARERA (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente). Intanto nelle bollette pagate dal popolo italiano sono comprese non solo le accise sui carburanti, ma anche i costi per lo smantellamento dei vecchi impianti, anche se di questo non si parla.
Data la natura franosa e soggetta ai terremoti - dal Friuli alla Sicilia – del territorio italiano è pure arduo, se non impossibile, individuare un sito adatto allo stoccaggio permanente delle scorie radioattive già esistenti: forse l’unica possibilità da questo punto di vista sarebbe la Pianura Padana, dato e non concesso che ciò sia consentito dall’estesa urbanizzazione e dal consenso delle popolazioni che ne sarebbero più direttamente coinvolte. Figurarsi pensare a nuovi impianti.
La produzione di energia mediante impianti nucleari di qualunque generazione e con qualunque tecnologia è antidemocratica anche in quanto è centralizzata in pochi siti facilmente suscettibili di attacchi eversivi (meglio prevenire, anche se le mafie hanno cambiato strategia e l’estrema destra ha scelto la via elettorale); e comunque è sottratta a qualunque forma di controllo e di coinvolgimento popolare e da parte degli enti locali. Opposta è la produzione di energia da fonti alternative mediante le Comunità energetiche.
Il governo dimostra di aver fretta, per sfruttare la crisi energetica causata dalla guerra in Ucraina e l’aumento del costo del petrolio a seguito della guerra contro l’Iran e per distrarre dai bisogni delle classi lavoratrici. A tal fine arriva all’impudenza di definire “pulita “l’energia dall’atomo e di cercare di nascondere che la costruzione di nuove centrali richiede almeno un decennio: un decennio in Paesi “normali”, che in Italia si allungherebbe a dismisura per il gioco degli extracosti e delle relative tangenti.
Maria Carla Baroni
Dipartimento Territorio e Ambiente
14/06/2026
𝗗𝗔𝗟 "𝗦𝗔𝗟𝗔𝗥𝗜𝗢 𝗚𝗜𝗨𝗦𝗧𝗢" 𝗔𝗟 "𝗣𝗔𝗖𝗖𝗛𝗘𝗧𝗧𝗢 𝗜𝗡𝗖𝗘𝗡𝗧𝗜𝗩𝗜" 𝗗𝗜 𝗠𝗘𝗟𝗢𝗡𝗜: 𝗣𝗜𝗨̀ 𝗪𝗘𝗟𝗙𝗔𝗥𝗘 𝗔𝗭𝗜𝗘𝗡𝗗𝗔𝗟𝗘, 𝗣𝗜𝗨̀ 𝗣𝗥𝗘𝗖𝗔𝗥𝗜𝗘𝗧𝗔̀, 𝗠𝗘𝗡𝗢 𝗦𝗔𝗟𝗔𝗥𝗜
Il decreto Primo Maggio approvato dalla Camera viene presentato come una risposta alla questione salariale. In realtà consolida la sostituzione del salario con i benefit, amplia la flessibilità e lascia irrisolto il problema fondamentale: in Italia si continua a lavorare per stipendi troppo bassi.
Il via libera della Camera al decreto Primo Maggio segna un passaggio importante nella politica del governo Meloni verso il mondo del lavoro. Dietro la propaganda sul cosiddetto "salario giusto" emerge però una realtà diversa: nessuna misura strutturale per recuperare il potere d'acquisto perduto dai lavoratori e nuove concessioni alle esigenze delle imprese.
Non è casuale che, mentre si parla di salario giusto, il decreto metta al centro quasi un miliardo di euro di incentivi alle imprese.
Il vero baricentro del provvedimento non è la redistribuzione della ricchezza a favore del lavoro, ma il sostegno alla competitività delle aziende attraverso nuove agevolazioni e sgravi.
Da anni l'Italia è uno dei pochi Paesi europei in cui i salari reali sono diminuiti. L'inflazione degli ultimi anni ha aggravato ulteriormente la situazione, mentre milioni di lavoratrici e lavoratori continuano a fare i conti con stipendi insufficienti a sostenere il costo della vita.
Di fronte a questa emergenza sociale il governo sceglie ancora una volta di non affrontare il problema alla radice.
Particolarmente significativa è la definizione di "salario giusto" introdotta dal decreto. Nel calcolo del trattamento economico complessivo vengono infatti inseriti non soltanto gli elementi salariali diretti, ma anche il welfare aziendale e contrattuale. Si tratta di una scelta politica precisa: equiparare il salario monetario a benefit e prestazioni che non aumentano realmente il reddito disponibile dei lavoratori.
Con le assicurazioni sanitarie integrative o con i buoni welfare non si pagano l'affitto, il mutuo, le bollette né la spesa quotidiana.
Come non ricondurre queste norme alla tendenza, ormai consolidata, della detassazione del welfare aziendale e alla privatizzazione strisciante della sanità e della previdenza?
È una concezione che favorisce un processo già in atto da anni: la progressiva sostituzione del salario con strumenti che riducono il costo del lavoro per le imprese e indeboliscono il sistema pubblico di welfare.
Inoltre, poiché molte di queste voci non incidono come il salario sui contributi previdenziali, il rischio è quello di produrre effetti negativi anche sulle pensioni future e sul trattamento di fine rapporto.
Il decreto contiene anche un meccanismo di tutela per i contratti collettivi scaduti da oltre nove mesi, con il riconoscimento automatico di una quota dell'inflazione. Si tratta di una misura che va nella direzione giusta, ma che risulta fortemente limitata dalle numerose deroghe introdotte durante l'iter parlamentare. Interi comparti caratterizzati da lavoro povero e precario, come il turismo, restano esclusi dal beneficio, insieme ad altri settori per i quali sono state introdotte specifiche eccezioni.
Ancora più preoccupanti sono le disposizioni che ampliano gli spazi della precarietà. L'estensione da 24 a 36 mesi della possibilità di utilizzare lavoratori somministrati presso la stessa azienda conferma una tendenza ormai consolidata: invece di favorire occupazione stabile e diritti, si continua a moltiplicare le forme di lavoro flessibile e ricattabile.
Non meno grave è il tentativo, emerso attraverso un ordine del giorno della maggioranza, di modificare le regole sulla prescrizione dei crediti di lavoro. Se questa impostazione dovesse tradursi in una norma, molti lavoratori sarebbero costretti a contestare il datore di lavoro mentre sono ancora occupati nell'azienda, con il rischio evidente di ritorsioni e discriminazioni. Si tratterebbe di un ulteriore arretramento delle tutele conquistate in decenni di lotte del movimento operaio e sindacale.
Il cosiddetto "pacchetto incentivi" rappresenta un altro tassello della stessa impostazione. Le imprese che assumono o stabilizzano giovani, donne e disoccupati nelle Zone Economiche Speciali potranno accedere a consistenti agevolazioni pubbliche a condizione di garantire il cosiddetto "salario giusto".
Anche qui emerge tutta l'ambiguità del provvedimento. Da un lato lo Stato mette a disposizione risorse pubbliche per sostenere le imprese; dall'altro non interviene in modo efficace per garantire salari adeguati, occupazione stabile e diritti universali. Ancora una volta il lavoro viene considerato soprattutto come un costo da alleggerire attraverso incentivi e sgravi, mentre passa in secondo piano il suo ruolo di fonte della ricchezza sociale e fondamento della dignità delle persone.
Il decreto Primo Maggio conferma così una linea ormai consolidata: sostituzione del salario con il welfare aziendale, ampliamento degli spazi di precarietà, indebolimento delle tutele e crescente trasferimento di risorse pubbliche verso il sistema delle imprese.
Dietro la formula del "salario giusto" si nasconde in realtà una nuova offensiva contro il lavoro. Un'offensiva che si colloca in continuità con quelle politiche che negli ultimi decenni hanno progressivamente ridotto il potere contrattuale dei lavoratori, favorito la precarizzazione dell'occupazione e indebolito il carattere universale del welfare pubblico.
Noi dobbiamo rilanciare una battaglia politica e sociale per l'aumento reale dei salari, per la stabilità del lavoro, per il rafforzamento della contrattazione collettiva e per la difesa dei servizi pubblici universali.
Noi dobbiamo contrastare una deriva che scarica ancora una volta il peso della crisi sulle lavoratrici e sui lavoratori.
Noi non possiamo accettare che il lavoro venga ridotto a una variabile dipendente delle esigenze del mercato e della competitività delle imprese.
Noi dobbiamo rappresentare e divulgare la realtà del lavoro, smantellando gli slogan attraverso l'informazione e la conoscenza.
Emanuela Seno
Dipartimento Lavoro
12/06/2026
𝗙𝗨𝗢𝗥𝗜 𝗟𝗔 𝗚𝗘𝗥𝗠𝗔𝗡𝗜𝗔 𝗗𝗔𝗟 𝗖𝗢𝗡𝗦𝗜𝗚𝗟𝗜𝗢 𝗗𝗜 𝗦𝗜𝗖𝗨𝗥𝗘𝗭𝗭𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟’𝗢𝗡𝗨
Il 3 giugno l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ha eletto Portogallo e Austria come membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, per il biennio 2027-2028. La Germania, candidata per uno dei due seggi riservati all'Europa occidentale, è stata esclusa per una trentina di voti, e hanno prevalso, appunto, Portogallo e Austria.
Si tratta della prima sconfitta tedesca in una candidatura al Consiglio di sicurezza dopo la sua riunificazione. La cosa è sicuramente da rimarcare come un segnale delle contraddizioni esistenti all'interno del blocco occidentale, in particolare tra Paesi Nato, e costituisce, senza dubbio, una battuta d'arresto alle ambizioni tedesche in ambito internazionale, tanto più che da tempo la Germania sostiene una riforma dell'Onu, che le consenta di ottenere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, insieme ad India, Brasile e Giappone. Questa aspirazione riflette il tentativo del capitale tedesco di tradurre la propria forza economica, per quanto indebolita, in maggiore influenza politica e strategica a livello globale.
L'esclusione dal Consiglio di Sicurezza costituisce quindi una battuta d'arresto e un ridimensionamento temporaneo della classe dirigente tedesca. Al contrario l'ampio consenso ottenuto dal Portogallo, per quanto questo Paese faccia parte della Nato e del sistema occidentale, dimostra che molti Stati membri dell'Onu abbiano percepito questo Paese come un attore più neutrale e meno dominante rispetto alla Germania.
Il Portogallo appare sicuramente meno schierato e meno minaccioso per molti Paesi del sud globale. La Germania infatti si è distinta sui grandi temi di attualità internazionale per la propria posizione bellicista e russofoba quasi alla stregua dei Paesi Baltici riguardo al conflitto ucraino e alla sua escalation, per non parlare di una posizione appiattita verso Israele, essendo, insieme all'Italia, oppostasi più volte alle sanzioni contro lo Stato ebraico.
L'esito di questa votazione nella sostanza non sposta affatto i rapporti e i pesi politici nell'area occidentale, si tratta piuttosto di un mutamento degli equilibri diplomatici tra gli Stati del capitalismo europeo all'interno di un sistema internazionale che continua ad essere dominato dalle grandi potenze economiche e militari. Tuttavia, non si può ignorare il segnale che molti Paesi del Sud del mondo danno nel processo inarrestabile verso un equilibrio mondiale multipolare preferendo attori più piccoli ma meno disposti verso avventure pericolose guerrafondaie e punendo l'ipocrita doppiopesismo in cui si è distinta la Germania per le vicende di Gaza e Ucraina.
Dipartimento Esteri PCI
11/06/2026
𝗔𝗟𝗧𝗥𝗘 𝗖𝗢𝗡𝗦𝗜𝗗𝗘𝗥𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗜 𝗦𝗨 𝗜𝗔 (𝗦𝗩𝗜𝗟𝗨𝗣𝗣𝗜, 𝗨𝗦𝗢 𝗘 𝗖𝗢𝗡𝗦𝗨𝗠𝗢)
Il rapporto dell’Onu su Costo ambientale del consumo energetico dell’IA: impronta di carbonio, acqua e suolo prevede che entro il 2030 l’Intelligenza Artificiale consumerà l’acqua necessaria a 1,3 miliardi di persone, l’intera popolazione dell’Africa subsahariana, e ben 945 terawatt/ora di elettricità, il triplo di quella usata dalle persone (650 milioni) che vivono tra Pakistan, Bangladesh e Nigeria messe insieme. Una previsione che non vuole essere un’accusa contro l'IA ma un “appello a un suo utilizzo responsabile e ad affrontare in modo proattivo i suoi impatti indesiderati, per renderla sostenibile ed equa”. (Ansa, 3 giugno 2026)
Nel frattempo, dai documenti depositati per il debutto in borsa di SpaceX, emerge la volontà di spostare i server nello spazio dove, a detta di Elon Musk, esisterebbero le condizioni ideali per controllare il riscaldamento dei data server, aumentare la capacità di ottenere l’energia necessaria e garantire la massima efficienza della IA.
Di fronte a queste notizie siamo tutti chiamati a prendere posizione e a costituire un fronte che eviti il rifiuto delle nuove tecnologie ma ponga con forza la questione del loro utilizzo e dei loro obiettivi.
Possiamo lasciare le decisioni strategiche e il governo dello sviluppo, dell’uso e del controllo delle nuove tecnologie (compresa l’IA) a un’esigua minoranza di ricchi che attualmente (soprattutto in Occidente) ne detengono la proprietà e che da esse traggono un potere assoluto del tutto estraneo a qualsiasi logica democratica?
Accettare che alcune società private, che mirano solo a incrementare il profitto dei loro soci, siano le principali depositarie della proprietà delle nuove tecnologie (materiali e immateriali) senza alcun controllo da parte dei popoli non significherebbe forse dar loro il potere di provocare conflitti e guerre per la conquista di beni comuni e indispensabili come l’acqua? (La progressiva sostituzione dei governi statali con il potere privato è già in atto sul terreno delle fonti di energia tradizionali).
In definitiva i singoli Stati, i governi più o meno democratici, sarebbero sostituiti anche nelle decisioni strategiche che influenzano la vita dei popoli da entità sovranazionali i cui proprietari diventerebbero i padroni del mondo imponendosi in maniera autoritaria...
Con questa visione qualsiasi strumento tecnologico, materiale e immateriale, sarebbe destinato a produrre ricchezza per pochissimi autocrati privilegiati e a controllare il resto della popolazione costretta a subire e accettare (più o meno inconsciamente) la verità dei padroni del mondo.
Si prospetta un futuro cupo, distopico, nel quale anche il pensiero sarebbe condizionato. Un futuro in cui la tecnologia non sarebbe uno strumento al servizio della collettività ma ciascun individuo diverrebbe un ingranaggio di un’entità suprema che rappresenta solo sé stessa e che risponde, ben che vada, ai consigli di amministrazione delle società proprietarie della tecnologia stessa.
Di fatto gli Stati non esisterebbero più.
Occorre agire e costruire un progetto realistico che riesca a unire le forze politiche e sociali che pensano che l’IA (e le nuove tecnologie) debbano essere inquadrate in un sistema profondamente diverso da quello che ci sta portando al disastro della rassegnazione e dell’indifferenza. Riprendiamoci la vita e il futuro. Sottraiamo ai pochi che vogliono accumulare enormi ricchezze la conoscenza, mostriamo che un altro sistema è possibile. Il controllo collettivo e la proprietà sociale della tecnologia e dell’IA è il modo migliore per fermare il declino inesorabile dell’intero pianeta.
Giorgio Langella
Dipartimento Lavoro PCI
07/06/2026
𝗘𝗗𝗨𝗖𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗔𝗙𝗙𝗘𝗧𝗧𝗜𝗩𝗔 𝗘 𝗦𝗘𝗦𝗦𝗨𝗔𝗟𝗘: 𝗔𝗣𝗣𝗥𝗢𝗩𝗔𝗧𝗔 𝗟𝗔 𝗟𝗘𝗚𝗚𝗘 𝗦𝗨𝗟𝗟’𝗜𝗚𝗡𝗢𝗥𝗔𝗡𝗭𝗔
Alla fine, la Legge che impedisce l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole è stata approvata.
-Il divieto è assoluto nella scuola dell’infanzia e primaria;
-Nella scuola secondaria le attività che riguardano i temi della sessualità sono subordinate al consenso scritto preventivo dei genitori dopo che le scuole avranno messo a disposizione il materiale didattico che intendono utilizzare.
Sulla gravità di questo provvedimento il PCI si è già espresso con nettezza nei mesi scorsi. Questo esito è il frutto della visione oscurantista e autoritaria della maggioranza di governo; del comportamento ambiguo e pusillanime dei precedenti governi che non hanno mai approvato una legge per rendere obbligatoria l’educazione all’affettività e alla sessualità; dei tentativi, in atto da anni, di mettere in discussione il carattere laico della scuola pubblica e il suo compito educativo, la libertà di insegnamento e il diritto alla formazione di studentesse e studenti.
Ogni persona che si occupa di educazione, sa che i pregiudizi legati al genere, il sessismo e l’omofobia, sono appresi sin dalla prima infanzia nel contesto relazionale, sociale e familiare, e attraverso i media. Pregiudizi che stanno alla base delle discriminazioni e della violenza di cui un numero crescente di ragazze e ragazzi sono vittime.
Per questo ribadiamo che l’educazione alle relazioni e alla sessualità nelle scuole non solo non deve essere ostacolata, ma deve essere obbligatoria, perché non c’è altro luogo dove possano essere forniti a tutti e tutte, in base all’età, gli strumenti per costruire relazioni sane e libere da stereotipi e violenza, in linea con le Linee Guida Unesco e gli standard dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.
Dipartimento Istruzione PCI
𝗜𝗟 𝟳 𝗚𝗜𝗨𝗚𝗡𝗢 𝟭𝟵𝟴𝟰 𝗟’𝗨𝗟𝗧𝗜𝗠𝗢 𝗖𝗢𝗠𝗜𝗭𝗜𝗢 𝗗𝗜 𝗘𝗡𝗥𝗜𝗖𝗢 𝗕𝗘𝗥𝗟𝗜𝗡𝗚𝗨𝗘𝗥
Il 7 giugno 1984, quarantadue anni fa, si teneva l’ultimo comizio di Enrico Berlinguer.
Le tragiche e commoventi immagini di quel giorno sono ancora nitide ed impresse nella nostra memoria.
Quella data rappresenta per noi Comunisti una ricorrenza doppiamente maledetta, sia dal punto di vista umano che dal punto di vista politico.
Si può, infatti, ben dire che insieme all'addio all'uomo morto pochi giorni dopo, si diede addio, di fatto, anche se, ufficialmente, accadde solo qualche anno dopo con la “Svolta della Bolognina”, al vecchio, glorioso Partito Comunista Italiano per come l'avevamo conosciuto.
La morte di Enrico, infatti, fu purtroppo occasione per una cricca di sciacalli opportunisti, alcuni dei quali eterodiretti dall'estero, di impadronirsi del partito per poi liquidarlo.
Fa rabbia che, ancora oggi, qualcuno strumentalizzi pateticamente, per squallidi fini di bassa politica, la figura di Enrico, che era e voleva restare comunista nella specificità e nel contesto italiano e, come da lui più volte esplicitato, mai si sarebbe prestato ad una trasformazione socialdemocratica del partito come Veltroni e soci hanno tentato e ancora tentano di far passare e, tantomeno, ad una deriva e ad una trasformazione all'americana di questo come poi avvenuto col PD.
L'opera e l'onestà di Berlinguer, di un’evidenza oggettiva, sono riconosciute anche da molti avversari politici lontani da noi ma forse più sinceri di coloro che si vogliono indebitamente e ipocritamente appropriarsi della sua figura.
Ci sarebbe da fare un lungo elenco di posizioni su punti fondamentali che distinguerebbero a distanze siderali Enrico Berlinguer da costoro che non possono assolutamente considerarsi eredi di quei valori e di quella storia.
Quelle parole pronunciate da Enrico Berlinguer a Padova pochi giorni prima della sua morte conservano ancora oggi una forza morale e politica straordinaria. In esse vive l’idea di un partito popolare radicato nella società, capace di parlare ai lavoratori, ai giovani, alle donne, agli emarginati, non attraverso la propaganda vuota ma tramite il dialogo, l’esempio, la serietà dell’impegno quotidiano.
Nel solco dell’insegnamento di Berlinguer, le prospettive del nostro partito non possono che fondarsi sulla difesa della pace, della dignità del lavoro, della giustizia sociale e della partecipazione democratica. In un tempo segnato dalle disuguaglianze, dalla precarietà e dalla crisi della rappresentanza politica, torna attuale la sua “questione morale”: la necessità di una politica onesta, sobria, vicina ai bisogni reali del popolo.
Raccogliere oggi l’eredità di Berlinguer significa costruire una forza politica capace di unire idealità e concretezza, memoria storica e visione del futuro, mantenendo vivo quel legame umano e popolare che fece del Partito Comunista Italiano una grande comunità democratica e civile.
Il PCI, da quando si è ricostituito, è in campo in quella direzione, con quella prospettiva.
Matteo Bellegoni
Segreteria nazionale PCI
04/06/2026
𝗜𝗟 𝗙𝗜𝗟𝗢𝗡𝗔𝗭𝗜𝗦𝗠𝗢 𝗗𝗜 𝗭𝗘𝗟𝗘𝗡𝗦𝗞𝗬 𝗘 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗨𝗘
Quanti hanno scosso il capo e considerato quanto meno esagerata l’accusa russa a Zelensky di filonazismo sono ben serviti. Il 27 maggio scorso proprio Zelensky ha conferito il titolo onorifico di , cioè dell’Ukrayins’ka Povstans'ka Armiya (Esercito Insurrezionale Ucraino), all’unità d’élite dell’esercito ucraino denominata Centro autonomo di operazioni speciali Nord.
La motivazione, contenuta nel decreto di conferimento, è che si vuole . Cioè innervare ufficialmente l’attuale esercito ucraino nella tradizione dell’Armata collaborazionista dell’esercito hitleriano e delle SS.
L’indomani, per una singolare coincidenza, i giornali ripostavano che la dirigenza dell’Unione Europea proponeva di accelerare per meriti acquisiti le procedure per l’ingresso dell’Ucraina nella UE.
A rompere le uova nel paniere non è stato Putin, ma il presidente della Polonia Karol Nawrocki, che ha reagito alla provocazione di Zelensky annunciando che proporrà di revocargli l'Ordine dell'Aquila Bianca, che è la massima onorificenza polacca, conferitagli nel 2023. L'Ucraina, ha dichiarato, «non è pronta, dal punto di vista mentale, a far parte della famiglia europea», dal momento che glorifica «banditi e assassini».
Infatti nella Seconda guerra mondiale, l’UPA al fianco delle SS, sterminò ebrei, ucraini sovietici e polacchi, almeno centomila, nelle regioni della Volinia e della Galizia Orientale: uomini e donne, bambini e anziani, dando mostra di feroce odio razziale, condiviso col nazismo.
Quel massacro era stato qualificato nel 2016 dal Parlamento polacco (Sejm) come “genocidio”, e l’11 luglio in Polonia si celebra la “giornata nazionale della memoria delle vittime del genocidio”, di quel genocidio compiuto dai nazisti ucraini. Di qui il carattere apertamente provocatorio della riabilitazione onorifica degli autori da parte di Zelensky.
Intanto i reazionari di Bruxelles e il codazzo dei loro servitori e sostenitori in ogni paese, giornalisti e governanti, cercano di ignorare o sminuire la gravità del fatto, in nome della comune attuale guerra alla Russia, che riprende e trae vigore dalla memoria di quella di allora dei nazisti ucraini e tedeschi, per lo stesso ambizioso e fallito scopo di sottomettere la Russia.
Ruggero Giacomini
Comitato Centrale PCI
03/06/2026
𝗜𝗟 𝗣𝗖𝗜 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗜𝗟 𝗥𝗜𝗔𝗥𝗠𝗢 𝗘 𝗟𝗔 𝗚𝗨𝗘𝗥𝗥𝗔, 𝗣𝗘𝗥 𝗟𝗔 𝗣𝗔𝗖𝗘, 𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗦𝗧𝗜𝗧𝗨𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘, 𝗟'𝗔𝗟𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗧𝗜𝗩𝗔!
La fase politica con la quale si è chiamati a misurarsi ai diversi livelli è oltremodo complessa, oggettivamente aperta a molteplici sbocchi.
Essa è fortemente segnata da un'alternativa sempre più stringente tra pace e guerra, il rischio di un conflitto su scala globale è sempre più evidente, l'opinione pubblica è da tempo fatta oggetto di una campagna di disinformazione volta a farla entrare in tale ordine di idee, a prepararla alla ineluttabilità della guerra.
Le politiche che ne sono discese, ne discendono, sono evidenti: la corsa al riarmo, l'economia di guerra, a ciò tutto finisce con l'essere sacrificato, a partire dalle condizioni di vita dei ceti popolari. Evidente è la motivazione che è alla base di tale propensione al conflitto: l'ordine internazionale.
L'assetto geopolitico affermatosi dopo la “guerra fredda”, ossia quello unipolare a guida statunitense, non regge più, esso è da tempo messo in discussione dalla Russia, dalla Cina e da altri Paesi, i quali, pur assai diversi tra loro, propugnano un assetto multipolare che il blocco occidentale è intenzionato ad impedire ad ogni costo, anche con la guerra.
Le statistiche hanno in questi anni certificato la crisi del sistema capitalista a guida statunitense e all'opposto la crescita cinese, le difficoltà degli USA sono dunque alla base di quella che si è proposta da tempo come una vera e propria strategia di contenimento dello sviluppo e ruolo della Cina.
In un contesto così drammaticamente segnato, caratterizzato dalla messa in discussione del diritto internazionale, con l'ONU ridotto a simulacro, l'Unione Europea, e con essa il nostro Paese, ha evidenziato la sua subalternità all'interno dell'Alleanza Atlantica a guida statunitense.
Il sostegno alla guerra condotta dall'Ucraina per conto della NATO nei confronti della Russia, l'assunzione di 20 pacchetti di sanzioni nei confronti della stessa, la rinuncia ad acquistarne il gas a basso prezzo, la scelta di investire a debito 800 miliardi di euro in spese militari per gli Stati membri, di portare in 10 anni al 5% del PIL la spesa militare sono scelte emblematiche della preparazione dell'Unione Europea al conflitto.
Scelte che hanno determinato e determinano pesanti ripercussioni sulla finanza e sull'economia del vecchio continente, che acuiscono la già grave crisi sociale da tempo in atto, scelte che con quella del Governo Meloni hanno registrato, registrano, nel Parlamento Europeo ed in quello nazionale, anche la condivisione di tanta parte delle forze politiche che oggi si pongono all'opposizione dello stesso.
Ciò che viene proposto è una sorta di “suprematismo occidentale”, una presunta superiorità morale
dell'Occidente che non ha retto, non regge alla prova dei fatti.
Ciò che riecheggia di nuovo è lo scontro di civiltà, la lotta tra il bene ed il male.
Noi siamo contro il riarmo, contro la guerra, per la pace, che è la questione di fondo, che sovrordina tutte le altre, senza se e senza ma, e questo dovrebbe valere anche e soprattutto per la sinistra, che è tale solo se assume la stessa come discriminante.
Noi siamo contro la NATO, siamo per l'uscita dell'Italia dalla Nato, per ciò che essa è e si prefigge di essere.
Il liberismo economico, la crescente centralizzazione dei processi decisionali evidenziano il vero volto del processo di integrazione capitalista rappresentato dall'Unione Europea; il militarismo e l'interventismo nelle relazioni internazionali ne segnano la politica estera; l'ipocrisia, il doppiopesismo, la complicità la connotano nel caso della politica genocida portata avanti dal governo israeliano, sempre più immerso in una deriva sionista, illiberale, fascista, nei confronti dei palestinesi, sempre più proteso alla costruzione della “grande Israele; l'ambiguità ne è il tratto distintivo se guardiamo a come si è posta in relazione all'aggressione del Venezuela da parte degli USA, in ultimo dell'Iran da parte degli USA e di Israele, di quest'ultimo nei confronti del Libano, etc.
Per noi la questione non è più Europa, ma quale Europa: no a quella in essere del grande capitale, dei poteri forti, sì ad un'Europa dei lavoratori e dei popoli.
Noi siamo per una Confederazione di stati indipendenti e sovrani, “dall'Atlantico agli Urali”. L'elezione di Donald Trump a 47° Presidente degli USA non è un “incidente di percorso”, ma il prodotto della degenerazione di quel sistema democratico, più in generale della democrazia liberale, della torsione autoritaria che ha investito quel Paese, la stessa Unione Europea, e con essa l'Italia, l'altra faccia del sistema capitalista immerso nella propria crisi strutturale.
Tramontata la sua risibile aspirazione al premio Nobel per la pace, peraltro sempre più screditato stante le ultime assegnazioni, Trump ha gettato la maschera, esplicitando una politica che non solo si rifà alla “dottrina Monroe” in relazione al continente americano (Venezuela, Cuba sono di ciò esempi oltremodo emblematici) ma proietta la stessa su altri scenari (la vicenda Groenlandia lo sottolinea) più in generale ha spazzato via ciò che restava del diritto internazionale riconducendo la relazione tra gli Stati ai rapporti di forza, sottolineando ancora una volta che gli USA sono i veri nemici della pace.
La politica di Trump ha pesato e pesa oltremodo per l'Unione Europea, chiamata a fare i conti con la sua politica protezionista, con il suo approccio circa la NATO, con la sua politica internazionale (l'attacco all''Iran, le sue ripercussioni sull'economia del vecchio continente lo sottolineano).
Di certo la politica assunta da Trump ha pesato e pesa anche relativamente alla realtà politica italiana, una realtà fortemente segnata dalle scelte del governo Meloni, che dal rapporto con Trump si attendeva ben altro ed è stata costretta a prenderne le distanze, a rompere.
Un governo, quello Meloni, che conferma il proprio approccio regressivo sul piano dei diritti sociali e civili, che ha ristretto gli spazi di partecipazione, di democrazia, che assecondando la deriva autoritaria in atto in Europa, nella quale l'estrema destra è o si propone al governo dei diversi Paesi, ha puntato ad un riassetto istituzionale che fra riforma della giustizia, autonomia differenziata, premierato mina alle fondamenta l'assetto statuale costituzionale.
Un governo che non solo ha tradito le promesse fatte al proprio elettorato, ma presenta un risultato, a circa quattro anni dal suo insediamento, che, al di là della propaganda diffusa a piene mani, è riassumibile in più povertà, insicurezza, solitudine.
Il no al referendum sulla riforma della giustizia tenutosi nei mesi scorsi ha segnato un punto di rottura di assoluto rilievo nell'azione del governo.
Che ci sia bisogno di un'alternativa al governo Meloni, alle sue politiche è fuori di dubbio, e le elezioni che, salvo possibili anticipazioni, si dovrebbero tenere nell'autunno del 2027 costituiscono un passaggio decisivo.
Noi abbiamo colto nella vittoria del no al referendum sulla giustizia, resa possibile dal voto di tanti che da tento tempo disertavano le urne, di tanti giovani, oltre al dissenso sul merito, un giudizio negativo sull'operato del governo, in politica estera ed interna, soprattutto una richiesta di profondo radicale cambiamento della situazione data.
Un no alle politiche largamente sovrapponibili, perché espressione della medesima cultura liberista, portate avanti nel tempo dal centrodestra, dal centrosinistra, dai governi tecnici che si sono succeduti alla guida del Paese.
Politiche che hanno visto precipitare la condizione lavorativa, ricondurre lo Stato Sociale, nelle sue articolazioni, a partire dalla sanità, dà diritto a possibilità legata alle condizioni reddituali, a piegare il sistema dell'istruzione prima alla centralità dell'impresa ed oggi anche all'imperante militarismo, a negare diritti centrale come quello dell'abitare, a declinare i processi migratori come invasioni dalle quali difendersi, etc.
Politiche che stanno privando le nuove generazioni di un futuro all'altezza delle loro legittime aspettative.
In molti si attendevano che il no di tanti al referendum sulla giustizia si traducesse nel sostegno alle forze di centrosinistra in occasione dell'ultima tornata amministrativa, così non è stato, a conferma del significato profondo che in tanti hanno inteso dare al proprio voto.
Ciò che è emerso da quel no, ma anche dalle piazze dei mesi scorsi contro la guerra, il riarmo, per la Palestina, etc. è per noi chiaro: c'è bisogno di un'alternativa radicale.
C'è bisogno di una politica volta alla pace, ad un diverso modello di sviluppo, di un'altra idea di società, dove l'interesse generale, il bene comune, tornino al centro, dove il noi si contrapponga all'io imperante.
Serve un'alternativa di sistema quale risposta alla crisi di civiltà prodotta dal capitalismo.
Per quanto ci riguarda non basta aggregarsi contro il governo Meloni, serve anche e soprattutto mettere in campo un programma di reale rottura con le politiche in essere, prospettate.
Siamo consapevoli delle difficoltà date, della sfiducia di tanti nei confronti di una politica percepita come altro da sé, ma siamo convinti che è necessario e possibile dare uno sbocco politico al grande movimento che è sceso in campo contro il riarmo, la guerra, in difesa della democrazia, della Costituzione.
Uno sbocco che non è possibile entro il quadro di compatibilità dato, entro la logica bipolare imperante.
Al di là delle denominazioni assunte, assumibili, contano le politiche, e gli schieramenti di centrodestra e di centrosinistra ad oggi si sono largamente mossi all'insegna di quello che chiamiamo il “pensiero unico”.
Serve operare per un blocco sociale e politico il più ampio possibile contro le politiche date, per dare vita ad un fronte di battaglia comune attorno ai contenuti sottolineati, per la costruzione di un polo alternativo volto a rappresentare il radicale cambiamento del quale vi è bisogno.
In tale direzione, per tali obbiettivi il PCI è in campo.
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